Hölderlin, spirito che brucia

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Hölderlin, spirito che brucia

Maestri Esce a cura di Luigi Reitani il Meridiano Mondadori dedicato a prose, teatro e lettere del poeta tedesco che inventò il Romanticismo

 

Voleva fare della Germania la nuova Grecia. Vide il futuro, e ne fu lacerato

di Claudio Magris

Frammenti del futuro. L’espressione è di Friedrich Schlegel, lo scrittore tedesco che alla fine del Settecento, meditando sulla poesia classica greca, inventa il Romanticismo e l’arte moderna o meglio contemporanea tuttora in atto e in corso, con le sue dissonanze sempre più eccentriche oltre il limite. Ma l’espressione si addice ancor più radicalmente a un grandissimo poeta come Hölderlin e Luigi Reitani l’ha genialmente scelta quale titolo dell’ampia, totale introduzione alla sua edizione delle opere di Hölderlin per i Meridiani, diretti da Renata Colorni. Un ricchissimo, capitale punto fermo non solo per la germanistica ma per la Weltliteratur, la letteratura universale.

Hölderlin vive nella sua poesia — e prima ancora nella sua esistenza bruciata nell’assoluto e lacerata — l’esplodere di un futuro che squarcia la storia d’Europa e che è ancora in atto; il frantumarsi di una plurisecolare civiltà, i cui frammenti piovono ora sul paesaggio come in un terremoto e come meteoriti ancora sconosciuti. La vita e la creazione lavorano tramite la distruzione e chi vive la loro epifania con radicale intensità può non reggere alla sua tensione, come accade alla fine a Hölderlin con la sua demenza, che non lo spegne ma lo distrugge. Gli ultimi torpidi anni della follia trascorsi nella Torre sul fiume Neckar, squarciati da lampi di inaudita e sofferta genialità. Immerso nella lacerazione del suo tempo, Hölderlin la trascende in una visione totale della Storia e dello spirito occidentale, dalla Grecia classica — che egli rivive nella sua tragicità originaria e nella sua forza che continua a plasmare la Storia e lo spirito dell’Europa — alla Rivoluzione francese che ne è e dovrebbe esserne l’organica continuità, all’Impero napoleonico che disfa e ricompone il mondo.

Hölderlin è forse il primo dei poeti che vivono nella propria anima e sulla propria pelle, prima ancora che nella loro opera, le trasformazioni del mondo, liberatrici, distruttive e vulcaniche come l’Etna in cui precipita l’Empedocle della sua tragedia (La morte di Empedocle). La vita di Hölderlin coincide con una delle più grandi e rivoluzionarie stagioni della Storia della Germania, dell’Europa e del mondo: l’Illuminismo che fonda la modernità, la classicità tedesca e universale di Goethe e Schiller, la filosofia di Kant, Fichte, Hegel — di cui Hölderlin è amico e compagno di studi e col quale da giovane balla intorno all’albero della libertà — e il Romanticismo che scopre le identità nazionali e inventa l’arte e la letteratura moderna.

Rinascita storica e rinascita individuale si fondono in una unità indissolubile e infine tragicamente destinata a spezzarsi, cui l’amore di Hölderlin per Susette Gontard — «l’ateniese», come egli la chiama, la sua Diotima — dovrebbe essere la sintesi perfetta. Ma la Storia si rivela arida, soffocante, distruttiva di ogni poesia del cuore e il canto del poeta, in uno splendido componimento degli ultimi tempi, diventa lo stridere delle banderuole in un vento ostile.

Hölderlin è il primo dei poeti moderni che attraversi un paradiso tanto intenso da essere bruciante e insostenibile, come il «Natale sulla terra» di Rimbaud. L’assoluto è totalità ma una totalità che si frantuma, si condensa nella scheggia o si brucia nel silenzio, come accadrà più tardi a un altro poeta dell’assoluto e del suo spegnersi, Paul Celan, la cui aurora è nera, «nero latte dell’alba».

A offrire un’immagine globale di questa esperienza radicale giunge ora la splendida edizione delle opere di Hölderlin, curata — con eccezionale competenza, passione, acutezza interpretativa, ricostruzione filologica e inesorabile commento — da Luigi Reitani per i Meridiani. Nato a Foggia nel 1959, docente di Letteratura italiana e tedesca in varie università italiane e straniere, in particolare austriache, tedesche e svizzere, e ordinario di Letteratura tedesca all’Università di Udine, Luigi Reitani ha già al suo attivo un’opera imponente, la cui vastità, nata da una capacità di lavoro che lascia sgomenti, è permeata da una straordinaria leggerezza, da una capacità critica di leggere anche le sfumature e oltre le sfumature, di aggirarsi instancabilmente e in punta di piedi ma anche con l’occhio inesorabile dell’investigatore cui non sfugge nulla anche se il suo sguardo, dopo aver afferrato tante cose, si colora di incanto, di timida trepidazione. Sviscerare l’opera, sezionarla con tutti gli strumenti filologici, per poi ricomporla nel suo mistero, non intaccato dall’indagine bensì reso più intenso. Studiare con rigore lasciandosi poi andare a ciò che quel rigore ha creato e ci fa arrivare alla mente e al cuore. Di Hölderlin Reitani aveva anche tradotto e commentato in un primo Meridiano la prima edizione integrale italiana delle liriche, riviste pure nel testo critico, in un lavoro coronato dal Premio internazionale Mondello. Anche le versioni di questo secondo volume sono eccellenti; versioni di Reitani stesso, di Andreina Lavagetto, di Cesare Lievi, Adele Netti, Mauro Bozzetti, Elsbeth Gut-Bozzetti. L’arte della traduzione è o dovrebbe essere una spina dorsale di ogni lavoro critico; il traduttore, rispetto al testo originario, è il direttore d’orchestra capace di metterlo in opera, di farlo risuonare

Quali criteri hai seguito, chiedo a Luigi Reitani, per affrontare, un’opera così vasta e difficile, sia sul piano storico sia su quello critico letterario sia su quello filologico?

Luigi Reitani — «Ho cercato di togliere Hölderlin dallo scaffale degli specialisti e di mettere in risalto la potenza vitale della sua opera. Questo ha significato ritornare ai manoscritti, interrogarsi sulla loro discontinuità, sul tormento della scrittura, senza voler presentare come compiuto ciò che non lo è. I traduttori hanno svolto un lavoro straordinario, rendendo la complessa terminologia e lo stile di Hölderlin in un italiano che, pur essendo alto, non è mai aulico. C’era bisogno di trovare una voce al tempo stesso poetica, filosofica ed epistolare, e spero che sia stata trovata. Il commento non intende chiudere l’orizzonte interpretativo, ma semmai aprirlo, offrendo finestre linguistiche, biografiche, storiche, filosofiche».

A questa attività di studioso Luigi Reitani ha unito una grande attività pratica e organizzativa che tanto ha dato agli studi di letteratura tedesca, alla loro diffusione e conoscenza e allo scambio interculturale fra Italia e Germania. Presente nel Comitato scientifico dello Hochstift di Francoforte, Reitani da quattro anni — e ora l’incarico sta per scadere — è un creativo e infaticabile Direttore dell’Istituto di Cultura di Berlino, un’istituzione che, anche grazie a lui, ha reso intenso e vivo l’ incontro tra Italia e Germania, proprio in un momento in cui tante tradizioni e modalità della tradizione stanno cambiando, nel quadro traballante dell’Unione Europea, in cui la Germania ha avuto un peso eminente per la sua realtà politica, economica, sociale e culturale.

C’è un secolare rapporto tra Germania ed Europa e tra Germania e quella Ellade, quella Grecia antica che è stata una delle grandi linfe della cultura tedesca. Hölderlin vive a fondo, ed esprime con lacerante altissima poesia il sogno di una Germania che sembrava poter essere la nuova Ellade, la Grecia moderna, la cultura universale che avrebbe potuto e dovuto fondare la nuova civiltà europea occidentale, nella varietà dei suoi popoli e delle sue culture preservate nelle loro individualità e unite da un respiro culturale e spirituale, così come l’Ellade era stata la varietà e insieme l’unità delle sue isole, delle sue tradizioni artistiche, filosofiche, mitiche, politiche, religiose. Hölderlin ha sognato che la Germania di Goethe, di Kant, di Schiller, di Hegel, di Fichte, di lui stesso fosse, potesse e dovesse diventare la nuova Ellade del mondo moderno. Ma alla fine questa sognata unità sembra spezzarsi. Hyperion, l’eroe che va a combattere per la libertà della Grecia moderna finisce per essere deluso, respinto in questa simbiosi ellenico-tedesca e rivolge durissime accuse ai tedeschi.

Ogni popolo, certo, conosce, per sua fortuna, anche l’autocritica. Ma forse nessuna cultura, nessuna potenza politica come la Germania, che ha conosciuto pure criminosi sogni di superiorità, ha sentito il bisogno di criticarsi, di denunciare le proprie insufficienze. Tutti i Paesi parlano anche un po’ male di se stessi, ma nessuno ha fatto dell’autocritica una componente essenziale della propria spiritualità come la Germania. Pure l’Italia conosce tale autocritica, che talora scade a volgaruccia autodenigrazione, ma si tratta di una cosa diversa. Altre nazioni, i francesi, gli olandesi o gli spagnoli non sembrano presi da questa furia di autodenuncia.

Come spieghi, Luigi, questa forte componente autocritica, che ha prodotto quasi un genere letterario di auto invettive in Germania? E quale è il posto di Hölderlin sotto questo profilo?

Luigi Reitani — L’invettiva del greco Hyperion contro i tedeschi è espressione di un amore non corrisposto. In un tempo in cui ancora non esiste uno Stato tedesco, Hölderlin attraverso il suo personaggio ripone nella Nazione tedesca la fiducia in quel rinnovamento epocale che a suo avviso la Rivoluzione in Francia non aveva avverato. Ma poi si rende conto della differenza che corre tra i suoi ideali e la realtà. Questo è uno dei drammi della vita di Hölderlin ed è in fondo uno dei drammi della Germania — oggi dell’intera Europa — nel suo complesso. Più alte sono le attese, tanto maggiore è la delusione. Ma Hölderin ci insegna anche che la salvezza germina là dove è il pericolo».

 

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