“I gilet gialli e il nuovo odio antisemita che lega banlieue e Islam”

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“I gilet gialli e il nuovo odio antisemita che lega banlieue e Islam”

ANAIS GINORI

PARIGI

Una casa piena di libri nel quartiere tra Montparnasse e Luxembourg. Alain Finkielkraut ci accoglie con un’aria vagamente frastornata. «Non immaginavo quest’improvvisa notorietà. Un intellettuale come me di solito parla dei suoi libri, non di fatti di cronaca di cui è protagonista». Partiamo dall’inizio. Sabato pomeriggio, corteo dei gilet gialli. Si aspettava di finire in mezzo alla manifestazione? «Avevo appena riaccompagnato mia suocera dopo un pranzo. Ero in rue Campagne Première e stavo rincasando. Pensavo che il corteo dei gilet gialli fosse sugli Champs-Elysées e invece mi sono trovato di fronte ai manifestanti». Nelle immagini appare all’inizio sorridente, quasi incuriosito dalla folla. «Alcuni manifestanti si sono avvicinati per propormi di entrare nel corteo e indossare il gilet giallo, non so se fossero sinceri o ironici, comunque non erano ostili». Poi sono arrivati gli insulti antisemiti. «Erano in tanti, urlavano forte. Ho capito solo che era meglio andarsene perché rischiavo di essere linciato. Se non ci fossero stati i poliziotti mi avrebbero spaccato la testa. Detto questo, non mi sento né vittima né martire». Che cosa l’ha più colpita? «Solo dopo, rivedendo le immagini, ho ricostruito che non si sente “sporco ebreo” ma “grossa merda sionista”, “razzista”, “fascista”. Un uomo ha urlato: “La Francia è nostra”. Qualcuno penserà alla citazione del vecchio slogan nazionalista antisemita “La Francia ai francesi”. Non credo. L’uomo aveva la barba, la kefiah, il governo l’ha identificato come qualcuno vicino ai salafiti. Il senso era: “La Francia è la terra dell’Islam”. Questo insulto deve farci riflettere». Il movimento dei gilet gialli non è piuttosto infiltrato dall’estrema destra? «Esiste un vecchio antisemitismo in stile anni Trenta che si ricicla oggi. Tutti continuano a ripetere la frase di Brecht: “Il ventre che ha partorito la bestia immonda è ancora fecondo”. Ed è vero, ma oggi la Bestia Immonda esce anche da un altro ventre. Gli ebrei sono il primo bersaglio di una convergenza delle lotte tra la sinistra radicale antisionista e giovani di banlieue vicini all’islamismo». Si può criticare la politica di Israele senza essere accusati di essere antisemiti o antisionisti? «Certo, anche io critico la decisione di aumentare le nuove colonie in Cisgiordania. Il problema è l’ostilità dichiarata verso una Nazione. L’anticomunismo non voleva cancellare la Russia. I nuovi antisemiti associano la stella di David alla svastica. Quindi è inutile ricordare la Shoah perché loro risponderanno: è ciò che Israele fa con i palestinesi. E dal punto di vista giudiziario siamo impotenti». Perché non ha sporto denuncia dopo l’aggressione? «Non spetta a me mandare in prigione queste persone. Posso contribuire all’analisi del problema, dicendo ad esempio che la soluzione non è la contrapposizione tra un’Europa progressista aperta e un’Europa chiusa, populista e nazionalista. L’ho anche detto a Macron quando mi ha chiamato sabato». Qual è stata la risposta di Macron? «Abbiamo avuto una lunga conversazione privata. Posso solo dire che con me non ha usato la solita retorica benpensante e progressista. Mi sembra lucido sul pericolo che abbiano davanti. Mi auguro che agisca di conseguenza». Quando parla di governi populisti pensa anche all’Italia? «Non conosco abbastanza bene la situazione in Italia, ma sono convinto che bisogna rispettare la libertà e la saggezza dei popoli europei quando rifiutano di aderire a una visione multiculturale della società. Liquidare l’attuale governo italiano con il termine “lebbra nazionalista” è stato un grave errore di Macron». Assolve i populisti? «Il populismo è inquietante, ma è una reazione patologica al fenomeno di trasformazione demografica che i governi non vogliono affrontare. Se non ci fosse stata nel 2015 la decisione di Angela Merkel di accogliere un milione di migranti con il suo “Wir schaffen das” (ce la faremo, ndr) non avremmo avuto la Brexit». Eppure lei, figlio di immigrati polacchi, è l’esempio di una società che sa integrare. «Purtroppo il sistema scolastico francese che ha permesso la mia integrazione è ormai crollato e oggi l’ideologia dominante mette tutto sullo stesso piano, la grande letteratura vale quanto il rap». All’inizio era piuttosto favorevole ai gilet gialli. Pentito? «No, penso ancora che ci sia qualcosa di positivo. Grazie alla casacca fluorescente è diventata visibile la Francia rurale, delle periferie lontane. Sono i perdenti della globalizzazione e dello Stato sociale. Purtroppo il movimento è stato corrotto dal successo mediatico. Alcuni esponenti si sono montati la testa, diventando arroganti. Quel che mi allontana oggi dal movimento non è l’antisemitismo, che è marginale, ma un egualitarismo pericoloso, in cui uno vale uno, l’intelligenza e le competenze non vengono più rispettate». È fiducioso che qualcosa cambierà nella lotta contro l’antisemitismo? «C’è un risveglio delle coscienze, sono commosso dai tanti messaggi di solidarietà che ho ricevuto. Ma quando vedo che alla manifestazione contro l’antisemitismo non è stata invitata Marine Le Pen, nonostante abbia preso le distanze da suo padre, mentre è presente la sinistra radicale che ha messo tutti i problemi dell’islamismo nelle banlieue sotto al tappeto, mi dico che c’è ancora molta strada da fare».

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