Il barcone si ribalta e il paese di Melissa si getta in mare per salvare i migranti

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Il barcone si ribalta e il paese di Melissa si getta in mare per salvare i migranti

La generosità degli abitanti di Melissa: 51 persone portate a riva. “Era notte, siamo scesi in spiaggia e abbiamo fatto una catena umana”

di ALESSIA CANDITO

“Quando vedi una bimba di quattro anni, bagnata come un pulcino, con i ricci tutti attaccati alla testa, le labbra viola, al di là delle bandiere politiche, come fai a voltarti dall’altra parte?”. Orgoglioso della sua gente che non ha esitato a soccorrere chi era in difficoltà, felice per le vite salvate e ancora spaventato dalla strage a cui ha rischiato di assistere, il sindaco Gino Murgi quasi balbetta nel parlare della notte in cui la sua Melissa si è gettata fra le onde per salvare i migranti, naufragati di fronte alla spiaggia di Torre.

Erano 51, tutti costretti come sardine su una piccola barca a vela, tutti determinati a lasciarsi alle spalle l’orrore dei territori curdi, ancora in balia della jihad. Nonostante le difficili condizioni del mare, il viaggio era filato liscio. Ma di fronte alla costa di Melissa gli scafisti hanno lasciato andare la barca alla deriva e sono fuggiti, lo scafo si è incagliato su una scogliera, l’imbarcazione si è piegata. E l’acqua ha iniziato ad entrare. Alcuni naufraghi hanno forzato il boccaporto e si sono lanciati in mare per raggiungere la spiaggia e chiedere aiuto. Donne, bambini, i tanti che non sapevano nuotare sono rimasti intrappolati.

“La proprietaria dell’hotel Miramare che si affaccia sulla spiaggia mi ha avvertito subito – racconta il sindaco – lei e il marito erano state svegliati dalle urla strazianti di uomini che gridavano di freddo e paura. Mi sono precipitato”. Attaccato al telefono per dare l’allarme, Murgi ci ha messo meno di tre minuti per raggiungere la spiaggia. Ma quando è arrivato si è reso conto che i soccorsi non avrebbero mai fatto in tempo. Bisognava intervenire subito. Agitato dal vento, il mare aveva fatto rovesciare quasi completamente la barca e molti rischiavano di non riuscire ad uscire. In preda al terrore, anche chi non sapeva nuotare si era lanciato in acqua e lottava per rimanere a galla.

“Insieme ad altri compaesani, più alcuni dei naufraghi abbiamo fatto una specie di catena umana – spiega Murgi – I migranti sono saliti sul pattino dell’hotel per raggiungere lo scafo e far trasbordare chi era rimasto intrappolato, noi a braccia lo abbiamo tirato fino a riva”. A piccoli gruppi i naufraghi sono stati portati a terra, mentre sulla spiaggia iniziavano ad arrivare i soccorritori. Due di loro si sono gettati in acqua per salvare i tanti che stavano annegando.

“Un ragazzo di 25-30 anni è vivo per miracolo – racconta Carmelo Palmieri, pescatore e volontario della Protezione civile – l’ho visto in difficoltà e mi sono buttato, quando l’ho afferrato era rigido come un ferro”. Un altro è stato soccorso nello stesso modo da un finanziere. Un suo collega non ha esitato a lanciarsi in acqua per liberare una donna e un bimbo di pochi mesi rimasti intrappolati nello scafo. Nel frattempo, l’hotel ha aperto le sue stanze, in decine fra gli abitanti di Melissa hanno portato phon, stufe e vestiti asciutti. “Abbiamo scritto una pagina di umanità, in linea con la nostra storia di ribellione ai soprusi. Qui non li abbiamo mai accettati”.

Nel 1949, il paese ha inaugurato la rivolta calabrese contro i signori del latifondo, pagando con tre vite la determinazione a rivendicare diritti per gli ultimi. Settant’anni dopo, nell’Italia dei porti chiusi, decine di abitanti di Melissa si sono precipitati in spiaggia per soccorrere chi rivendica il proprio diritto al futuro, rischiando la vita in mare. “E non è certo un modo di dire – quasi sussurra, il sindaco – Da credente posso dire che giovedì mattina all’alba io qui ho visto l’apocalisse”. Donne che si aggrappavano ai soccorritori per chiedere in una lingua che nessuno capiva di salvare i propri figli intrappolati nello scafo, uomini quasi assiderati e terrorizzati, bambini lividi di freddo e di orrore. “Sono andato a casa per recuperare vestiti asciutti per tutti. Ho preso anche dei vecchi pigiami di mio figlio. Quando l’ho visto addosso ad uno dei bimbi salvati, ho pensato a mio figlio nelle stesse condizioni. Sono scene che dovrebbero vedere tutti prima di parlare”. E di decidere di chiudere i porti.

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