Il destino dell’artista che credeva nella gioia

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Il destino dell’artista che credeva nella gioia

di Antonio Natali
Domenico Puligo è della generazione d’artisti nati nella prima metà degli anni novanta del Quattrocento (era del 1492) e svezzatisi all’arte nel primo decennio del secolo seguente; decennio che pressoché coincide con la stagione felice (specie per la cultura figurativa) della repubblica di Pier Soderini (1502-1512). Di Puligo furono coetanei ( o giù di lì) Baccio Bandinelli, il Rosso Fiorentino, il Pontormo, Francesco da Sangallo: uomini venuti al mondo quando vigeva l’etica rigorosa di Savonarola e, per converso, cresciuti nello spirito di libertà della repubblica; che li avrebbe segnati nella mente e nel cuore. Artisti eccentrici, anticonformisti e spregiudicati; capaci d’imprimere una virata perfino brusca all’eloquio fiorentino. Per aver nozione chiara della loro espressione innovativa rispetto alla lingua del secolo prima, basta entrare nel chiostrino dei voti all’Annunziata — luogo di poesia, incantevole e trascurato — e osservare, sotto il porticato, gli affreschi che ne decorano quasi tutti i lunettoni. Oltre alla Natività coi pastori d’Alesso Baldovinetti, casta e solare come una pittura di Piero della Francesca (1462) e alla storia del beato Filippo Benizzi di Cosimo Rosselli ( 1475), campeggiano sulle pareti le prove giovanili d’Andrea del Sarto, chiamato dai frati serviti nel 1509 ( quando aveva ventitré anni) a illustrare cinque episodi della vita del beato Filippo; e di nuovo convocato, due anni dopo, ad affrescare il Viaggio
dei Magi ( con la collaborazione del Rosso Fiorentino, appena diciassettenne) e finalmente a figurare la Natività di Maria ( con la probabile partecipazione del Pontormo e del Rosso negli angiolini ghignanti sul baldacchino). Sicuramente a Rosso e Pontormo, sui vent’anni, i Serviti allogarono l’Assunzione di Maria e la Visitazione. Non c’è luogo a Firenze (e nemmeno altrove, penso) che possa pareggiare il chiostrino dell’Annunziata quanto a lungimiranza di mecenatismo, a precocità di virtù artistiche e a vigore propulsivo d’una cultura nuova ( la ” maniera moderna”). Eppure la più parte dei pochi che lo visitano è di nazionalità straniera. Chi a Firenze sia nato o viva, nemmeno sa ch’esiste; giacché, a dispetto di tante ipocrite geremiadi sul turismo di massa, Botticelli e David bastano e avanzano alla miope economia cittadina. Il resto conta poco; perché poco o punto è il danaro che ne viene. Gli artisti che nel chiostrino lavorano all’inizio del Cinquecento sono i maestri che abbiamo visto sfollare da Firenze per la peste del 1522-‘23. Ma emulo d’Andrea e anzi “suo amicissimo” era anche Domenico Puligo, che invece di peste morì quattr’anni più tardi in uno dei frequenti rigurgiti del morbo. A detta di Vasari, Puligo fu dotato dalla natura di buona mano. Era cresciuto nella bottega di Ridolfo del Ghirlandaio, figlio del grande Domenico; ma nulla gli era più caro che veder lavorare Andrea del Sarto nella sua bottega, per ricevere da lui quegli insegnamenti che potessero aiutarlo a correggere gli errori. L’ascendente d’Andrea s’apprezza specialmente nei ritratti, un genere per il quale Puligo fu molto apprezzato. Fra questi è giustamente celebre quello sul 1525 (appunto di stretta osservanza sartesca) di Barbara Salutati, « bellissima cortigiana e molto amata da molti » : cortigiana ” onesta”, come si diceva di quelle con cui non s’intrattenevano rapporti solo di sesso, ma anche di conversazioni piacevoli. Per la bellezza infatti era amata Barbara, ma non meno « per le sue buone creanze » . Oltre a essere cólta — numerose sono l’evocazioni letterarie che costellano il dipinto di Puligo ( da Ovidio a Petrarca) — Barbara era « bonissima musica » e cantava « divinamente » ( il libro di musica squadernato davanti a lei non è un accidente casuale). Furono verisimilmente proprio le qualità musicali di lei ad affascinare fino all’innamoramento Niccolò Machiavelli; le cui conoscenze e doti in fatto di musica sempre più vengono riconosciute. Non è d’altronde mancato chi abbia legato a Machiavelli la concezione dotta del quadro di Puligo; né chi abbia visto in lui addirittura il committente. In effetti, fra le ” cortigiane oneste” frequentate da Niccolò, Barbara ( rimasta vedova per la peste) fu quella ch’egli vagheggiò sopra le altre. Siccome però è presumibile non sia stato l’unico cui la donna abbia dispensato servizi, vien di sospettare che n’abbia goduto lo stesso Puligo; che, secondo Vasari, avrebbe tratto gran profitto dalla pittura, se invece di cedere ai «piaceri del mondo » , avesse sopportato le fatiche che l’arte impone. Domenico, viceversa, «praticando con musici e con femmine, seguitando certi suoi amori, si morì d’anni cinquantadue, l’anno 1527, per avere presa la peste in casa d’una sua innamorata» (che però non è Barbara, morta una ventina dopo). Puligo non fu tra gli artisti che si sottrassero alla peste rifugiandosi nell’isolamento della campagna e in quella quiete affinando la tensione poetica. Fu bensì di quelli che, per non rinunciare alle gioie terrene, non fuggirono. Ma ne morirono.

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