Il gioco di interessi che mette il tappo al Monte dei Paschi

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Il gioco di interessi che mette il tappo al Monte dei Paschi

di Pierluigi Piccini

Il recente dibattito sul Monte dei Paschi, organizzato da Alberto Monaci, ha rivelato tutti i limiti di una città a metabolizzare un dramma economico, sociale, umano: da un lato una banca pressoché fallita, dall’altro il fantasma del povero Rossi che ancora si aggira, senza risposta. I problemi sono stati semplicemente rimossi: chi ha responsabilità si nasconde, oppure cerca giustificazioni. C’è chi sta in silenzio per le sue opportunistiche collusioni a un sistema di potere (una forte componente di senesi un sottobosco che ha avuto incarichi, prebende, affidamenti…) o chi, in maniera più sfacciata, cerca di dire: io non c’ero, oppure dormivo o comunque è colpa di altri. Il relatore del circolo Confronti rientra in questa ultima casistica, visto che ha organizzato un incontro pubblico per cercare le pezze di appoggio per rifarsi una verginità impossibile. La verginità non consisterebbe nella gestione della Fondazione e della Banca ad opera di Gabriello Mancini ed Ernesto Rabizzi (che diventerà anche presidente dell’Antonveneta), ma nella privatizzazione dell’Istituto senese dallo stesso Monaci osteggiata. Invano gli è stato spiegato che la privatizzazione non è mai avvenuta, il Monte è stato posseduto di fatto da un unico socio: la Fondazione con la completa potestà di nomina. Nel ‘99 la banca fu quotata in borsa nulla di più. I problemi iniziano nel 2004 con le azioni privilegiate che furono scelte in alternativa alla proposta dell’azionariato popolare e la Banca “scese” sotto il 51% con l’ingresso di alcuni soci privati come Gnutti e Caltagirone. Il tracollo successivo avvenne per esclusiva responsabilità gestionale da non attribuire alle regole, forse a detta mia e di Fiorito, il problemi del Monte sono ascrivibili proprio alla mancata privatizzazione. Riflessione scaturita dal buon andamento degli altri ex competitor del Monte.
Monaci aveva ruoli di responsabilità in un partito che, negli anni cruciali della distruzione del Monte, esprimeva il presidente della Fondazione e il vicepresidente della Banca. La sua dichiarazione di estraneità non regge. Tutti i partiti hanno assecondato i passaggi cruciali, perché avevano degli interessi a far parte della spartizione legata al possesso della Banca. Ripartizione a cui non si sottrasse neppure la Lega. Come è stato giustamente sottolineato nel corso del dibattito (Fiorito, Piccini), ci sono state precise responsabilità: la degenerazione etica e morale, il crollo della selezione di una classe dirigente, la perdita di un rapporto con il territorio della Banca, il venire meno di un sistema di controllo incrociato dei partiti, a vantaggio di persone incapaci e controllabili che hanno preso ruoli decisivi nel governo dell’Istituto senese. E così, mettere insieme Piccini, Ceccuzzi e D’Alema – come fa Fiorenzani – non ha senso: il primo si è opposto a scelte che poi si sono rivelale fatali, pagando un alto prezzo: la presidenza della Fondazione, l’espulsione dai Ds e il licenziamento; il secondo è stato segretario di partito, deputato e sindaco di Siena quando la degenerazione morale e politica ha trovato pieno svolgimento. Il primo dei due ha continuato con coerenza una battaglia, in Consiglio Comunale (2006-2011 e oltre) per contrastare quando stava avvenendo, Ceccuzzi ha continuato ad assumere posizioni anacronistiche, anche nelle elezioni a sindaco che lo hanno coinvolto. Sarà un caso, ma Ceccuzzi usa il suo blog non per attaccare la prima giunta di destra al Comune di Siena, ma il sottoscritto, proprio come fanno Degortes e gli altri “consiglieri” che avvolgono l’attuale Giunta. E quale ricette dà Monaci per risolvere il problema del Monte? Chiede le dimissioni degli attuali vertici al governo e un’azione più incisiva al sindaco. Un governo che se lo farà sarà solo per logiche proprie essendo fra l’altro il reale proprietario della Banca e non certo per l’azione del Monaci che fra l’altro non si capisce quale potrebbe essere. Per l’avvocato De Mossi sarebbe auspicabile un’azione che non fosse dettata esclusivamente dalla professione che riveste, ma dalla messa in atto di scelte politico amministrative concrete superando, almeno su questo, la confusione dei ruoli che lo riguarda. Non comprendendo che alcuni attori del passato oggi collaborano proprio con De Mossi. Monaci non si rende conto, altresì, della grave situazione nella quale si trova il Monte incapace di trovare un partner e i mezzi per rilanciare la propria iniziativa di mercato. Si fantastica un ritorno al passato come per annullare i propri sensi di colpa e chiudere sul piano personale e politico una ferita profondissima inferta a Siena. Nessun accenno del resto è stato fatto dal relatore (Monaci) sul futuro del territorio e sui modelli economici e sociali da mettere in campo. Dimostrando, così, ancora una volta, ammesso che ce ne fosse stato bisogno, che il modo di ragionare del padrone di casa di Confronti si muove solo ed esclusivamente sul piano del potere legato ad alcuni aggregati come la Banca. Oggi Siena ha bisogno di altro di una visione strategica, di respirare aria nuova, che neppure l’attuale amministrazione riesce a dare.

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