«Il Muro? Era ed è un feticcio»

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«Il Muro? Era ed è un feticcio»

L’intervista Il regista ucraino Sergei Loznitsa, ospite al Festival dei Popoli, parla del suo cinema senza eroi, del film sul funerale di Stalin e dell’era post sovietica dice: «Dovevano cambiare le coscienze, ma sono le stesse»

 

Dei numerosi ospiti giunti in questi giorni a Firenze per la sessantesima edizione del Festival dei Popoli, Sergei Loznitsa è sicuramente il più prestigioso. Il regista ucraino è infatti uno dei più importanti autori del cinema contemporaneo e ha alle spalle ben venticinque titoli, divisi tra documentari e film di finzione: un complesso caleidoscopio d’immagini e suoni che ha spesso al centro temi quali la storia e la memoria, inseriti all’interno di un congegno cinematografico capace di combinare percezione, emozione e pensiero. A Loznitsa il festival ha dedicato una retrospettiva di sei film e oggi (ore 10, al cinema La Compagnia) il regista sarà protagonista di una masterclass aperta al pubblico, rivolta in particolare alla sua ricerca nel campo dei film d’archivio e al suo interesse per l’impatto degli eventi storici sulla società.

Loznitsa, nei suoi documentari, a differenza dei film di finzione, l’oggetto raccontato è sempre collettivo, non è mai un singolo individuo. Questa scelta ha a che fare con una sua specifica idea di «cinema del reale»?

«Devo dire che quando ho iniziato a lavorare non mi sono posto la questione. Tuttavia dopo i primi cinque film mi sono reso conto che essi avevano come soggetto un collettivo, o meglio, un corpo collettivo in ogni individuo. Non essendo qualcosa di intenzionale posso dire che è stato proprio il frutto del mio lavoro, un percorso creativo che mi porta ancora oggi non solo a tentare di capire ciò che sto raccontando, le situazioni e i paradossi dell’esistenza, ma anche a scoprire me stesso. Forse è per questo che non ho mai affrontato dei personaggi “eroici”, che nei miei film non ci sono mai. Non ho la pretesa di parlare di altre persone, perché mentirei se spacciassi per conoscenza quella che in realtà non è altro che una mia personalissima indagine. Un soggetto collettivo è più “sicuro” perché diventa un’indagine sociologica, posso cioè sapere come funziona una società, come si comporta la gente e quali leggi segue. Se dovessi risalire a un film paradigmatico in tal senso direi Sciopero (1925) di Sergei M. Ejzenštejn».

A questo proposito, come spesso è accaduto nella storia del cinema russo, della cui miglior tradizione lei è uno dei più importanti eredi, uno dei grandi temi della rappresentazione è quello del tempo…

«Il concetto di tempo è una mera astrazione, per me non esistono il passato, il presente e il futuro. Noi possiamo percepire soltanto un momento, l’attimo in cui siamo, con il cinema che ci permette di avere solo un’illusione del tempo. Siamo affascinati da quest’idea, così come siamo affascinati dai bei film ed è una cosa che vorremmo continuare a condividere sempre».

«State Funeral», il suo ultimo documentario, fa vedere le immagini delle manifestazioni, dei riti, dei discorsi e delle reazioni seguite alla morte di Stalin, nel marzo del 1953. Dove e come ha trovato i filmati su cui poi ha lavorato? Il punto di vista dell’oggi può aiutare a far chiarezza su eventi come quello o l’oggetto, come mi sembra, resta sempre un mistero?

«Mi sono imbattuto in queste immagini mentre realizzavo il mio film precedente, The Trial . Ero all’archivio di stato russo del cinema ed è stato in quell’occasione che ho trovato un sacco di materiale sulla tradizione dei funerali dei più importanti esponenti politici sovietici. Sono così riuscito ad accedere ai filmati relativi alle esequie di Stalin, che erano stati censurati dal giorno dello stesso funerale e sono rimasti nascosti fino alla fine agli anni ‘80. Visto che non ci sono altre immagini di quel momento, ho pensato che potesse essere importante “ricreare” quei giorni lavorando su di esse e facendone un film. Non mi illudo che State Funeral possa in qualche modo aiutarci a capire meglio com’è andata la Storia. Oggi conosciamo molto meglio le vicende dell’Urss, le tragedie che sono avvenute in epoca staliniana, con i campi di concentramento, i milioni di prigionieri e di morti. Poi vediamo le immagini di allora, con la folla commossa, che piange disperata per la morte di Stalin e non possiamo fare a meno di porci delle domande di fronte a questa cortocircuito della Storia stessa».

In questi giorni si celebra il trentennale della caduta del Muro di Berlino, che anticipò la fine dell’impero sovietico. Oggi la sensazione è che la Storia sia nuovamente in un momento di caos, forse necessario. Lei che ha lavorato molto sull’era post-sovietica, può dirci in che modo oggi la Russia e i paesi dell’Est-Europa hanno fatto i conti con il socialismo e con l’utopia comunista?

«Il socialismo o l’utopia comunista, come il marxismo, con c’entrano nulla con quello che è stata l’Unione Sovietica. Quello era uno stato totalitario e tirannico, retto da uomini che erano dei gangster, e che dopo la morte di Stalin si sono per anni fatti la guerra per contendersi e accaparrarsi il potere. Il socialismo in bocca a loro era solo una cornice retorica per nascondere la realtà di ciò che accadeva nel Paese. Con la caduta del Muro e poi dell’Urss però non è cambiato nulla. Il Muro era, ed è ancora, un feticcio, e abbatterlo non è servito a nulla. Oggi la Russia è aggressiva quanto lo era allora, come dimostra lo stato di scacco in cui si trova l’Ucraina, lasciata sola dagli altri Paesi europei, che non fanno nulla. Trent’anni fa non dovevano tanto cadere i muri, quanto cambiare le coscienze. Temo che invece siano rimaste le stesse. Per cui non c’è veramente nulla da festeggiare».

 

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