La diplomazia delle Olimpiadi.

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La diplomazia delle Olimpiadi.

di Lorenzo Longhi

I greci la chiamavano ekecheirìa: un periodo di tre mesi nel quale, per proteggere la vita degli atleti che si recavano a Olimpia per prendere parte ai Giochi, dovevano essere abbassate le armi. Una tregua che poi è stata consacrata dalla retorica come tregua olimpica, immagine di una adamantina neutralità che lo sport, soprattutto in epoca contemporanea, proprio non ha. Non è un mistero: nelle più importanti manifestazioni internazionali, lo sport è la politica con altri mezzi, dove ogni azione genera un significato più profondo – e, spesso, meno nobile di quanto possa sembrare – rispetto all’apparenza del significante.

Perché sì, la recente apertura del leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, sulla possibilità di inviare una delegazione nordcoreana ai prossimi Giochi invernali in programma a Pyeongchang, in Corea del Sud, dal 9 al 25 febbraio, è indiscutibilmente un segnale distensivo nell’ambito dei rapporti fra le due Coree, ma sarebbe ingenuo considerarlo figlio dei buoni sentimenti olimpici. Non sarà insomma la tregua olimpica a permettere a Ryom Tae-ok e Kim Ju-sik, la coppia nordcoreana che ha ottenuto la qualificazione a cinque cerchi nel pattinaggio sul ghiaccio, di prendere parte ai Giochi, quanto piuttosto la differente strategia di Pyŏngyang nei confronti di Seul, toni inusualmente concilianti che, nello scenario internazionale, per il momento hanno spiazzato gli Stati Uniti, prova ne sia il commento del presidente statunitense Donald Trump che, fra un tweet vagamente (e drammaticamente) adolescenziale sulle maggiori dimensioni del proprio apparato nucleare e il consueto appellativo di “Rocket man” affibbiato al dittatore nordcoreano, si è lasciato andare a un interlocutorio «perhaps that is good news, perhaps not – we will see», vale a dire «forse è una buona notizia, forse no: vedremo». Perhaps, forse: l’avverbio dell’incertezza, e fra i rappresentanti repubblicani al Congresso degli Stati Uniti non mancano gli inviti a non fidarsi della mossa nordcoreana, considerata alla stregua di una provocazione con l’obiettivo di costringere di fatto gli Stati Uniti, anche su possibile nuova pressione sudcoreana figlia del disgelo olimpico, a sospendere le esercitazioni militari nella penisola almeno durante i Giochi.

La data dei colloqui fra le Coree è fissata per il 9 gennaio a Panmunjŏm, il villaggio di confine già teatro dell’armistizio del 1953, dopo che il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, ha replicato positivamente all’apertura di Kim che, a suo avviso, è «la risposta alla nostra proposta di sfruttare i Giochi di Pyeongchang come opportunità epocale per migliorare le relazioni bilaterali inter-coreane e verso il processo un pace»: dialogo è la parola chiave, ma non ci si può illudere, nel senso che quello di Pyŏngyang, come tutti i regimi, conosce bene l’importanza dello sport sotto l’aspetto della propaganda e, a livello simbolico, può approfittare dell’opportunità con un gesto di riconciliazione che mira principalmente a modificarne l’immagine percepita a livello internazionale, a maggior ragione in un periodo segnato dalle sanzioni ONU e dalle minacce nucleari. Del resto, la decisione spetta anche al CIO.

Dopotutto, la Corea del Nord, pur non avendo una significativa tradizione sportiva, è abituata a sostenere e celebrare in patria i successi delle sue nuove leve: Ryom Tae-ok e Kim Ju-sik, ad esempio, sono allenati da un tecnico franco-canadese e hanno potuto guadagnarsi la qualificazione grazie alla spinta, anche economica, del comitato olimpico nordcoreano e, allo stesso modo, nel calcio femminile, la nazionale di Pyŏngyang ha vinto le ultime edizioni dei Mondiali Under 20 e Under 17 organizzati dalla FIFA, mentre dalle ultime Olimpiadi estive, a Rio, la Corea del Nord ha portato a casa sette medaglie, due delle quali d’oro da parte del ginnasta Ri Se-gwang nel volteggio maschile e di Rim Jong-sim nel sollevamento pesi femminile.

Per una propaganda di regime che vorrebbe trasformare la Corea del Nord in una potenza sportiva – a proposito: Kim vanta l’amicizia con l’ex cestista Dennis Rodman, personaggio bizzarro che contraccambia il sentimento – forse è troppo poco, ma è comunque un inizio e in questo senso è vero anche che, fra gli atleti, lo spirito olimpico ha più volte fatto capolino, si pensi al selfie che, sempre a Rio, la ginnasta sudcoreana Lee Eun-ju scattò assieme alla avversaria nordcoreana Hong Un-jong e che, in pochi minuti, fece il giro del mondo diventando una sorta di simbolo dei valori sportivi, un po’ come la sfilata sotto la bandiera della Corea unita da parte degli atleti del Nord e del Sud ai Giochi di Sydney 2000 e Atene 2004.

Ma a livello politico la posta in gioco non è mai sportiva e l’apertura di Kim Jong-un non ha nulla di olimpico: afferisce a una precisa strategia di legittimazione che mira a far calare la pressione internazionale su un Paese che, al contrario, negli ultimi mesi, ha contribuito all’autoisolamento attraverso test e simulazioni che hanno portato a un’escalation nucleare impossibile da sottovalutare.

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