La finta ordalia dei 5Stelle

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La finta ordalia dei 5Stelle

La “consultazione”  non è, come Di Maio vorrebbe far credere, la restituzione del potere al popolo grillino, ma una chiamata alle tastiere per una selezionatissima platea di iscritti
Dunque l’autocritica di Luigi Di Maio — il “capo politico” che in un anno è riuscito nella non facile impresa di dimezzare la forza del suo partito — sarà risolta in gran fretta con un plebiscito istantaneo, una votazione virtuale tra i quattro gatti che hanno accesso alla piattaforma Rousseau e che dovranno affidare un voto tutt’altro che segreto ai server colabrodo del vero padrone del movimento, Davide Casaleggio.

Perché dietro la dichiarata volontà di scegliere coraggiosamente un’ordalia, affidandosi subito al giudizio della base, si nasconde in realtà una furba scappatoia per evitare l’insidiosissimo dibattito tra persone reali che stava prendendo corpo tra i parlamentari pentastellati, quei “portavoce” che ieri sera all’assemblea dei gruppi hanno dovuto pesare ogni parola per non essere chiamati a pagare, secondo contratto, la supermulta di 100 mila euro inflitta a chiunque «provochi o rischi di provocare una lesione all’immagine del MoVimento 5 Stelle».

E non è necessario aspettare lo scontatissimo risultato per capire che non sarà un vero referendum ma una conta dei dissidenti, una scelta tra un Sì e un No nella quale non viene concesso a nessuno di sostenere la seconda risposta. Sul blog ufficiale c’è infatti solo un lungo post di Di Maio — ovviamente in suo favore — mentre il titolo della homepage annuncia che si vota «per confermare» la fiducia al capo politico, domanda con risposta incorporata.

Questa “consultazione” annunciata a sole 48 ore dall’amarissima constatazione di essere improvvisamente precipitati dai 10 milioni 697 mila voti delle politiche ai 4 milioni 568 mila delle europee non è perciò, come il leader dei cinquestelle vorrebbe far credere, la restituzione del potere al popolo grillino, la riconsegna del bastone del comando per chiedere una nuova investitura, ma una chiamata alle tastiere per una selezionatissima platea di iscritti. Nessuno chiederà l’opinione dei 6 milioni di elettori che da un anno all’altro hanno disertato per rimanere a casa o, peggio, per votare Lega: ci si accontenterà (se va bene) dei 30.936 militanti che nel settembre 2017 elessero Di Maio, o dei 30.948 — appena una dozzina in più — che a febbraio hanno votato per evitare il processo a Salvini.

E purtroppo nessuno di loro avrà la certezza che il suo voto sarà davvero conteggiato nel dato ufficiale, né tantomeno che resterà segreto, visto che secondo il Garante della Privacy la piattaforma Rousseau non è assolutamente in grado di «assicurare l’autenticità e la riservatezza delle espressioni di voto», e che la regolarità della consultazione forse sarà certificata ancora una volta non da «un organismo indipendente» come prevede lo statuto ma da Valerio Tacchini, il notaio dell’Isola dei Famosi amico di Casaleggio e candidato grillino (trombato) alle ultime politiche.

Quando dunque Di Maio dice ai suoi seguaci che invoca «il diritto di sapere cosa ne pensate voi del mio operato» sa di andare sul sicuro. Questa finta ordalia è solo una furbata per chiudere la pratica della super-sberla presa domenica scorsa con la frettolosa organizzazione di un processo per direttissima nel quale non è prevista la presenza del pubblico ministero.

E del resto la sentenza è già stata pronunciata da Beppe Grillo. L’imputato Di Maio, avverte il “garante” del Movimento, va assolto con formula piena perché «non ha commesso un reato». Può magari aver compiuto «errori di metodo» (un peccatuccio: chi non ne ha fatto uno, almeno una volta nella vita?) ma non può essere condannato a «nessuna espiazione».

Resterebbe da spiegare come siano potuti evaporare sei milioni di voti, se il “capo politico” che da tempo ha abbandonato il «noi» per passare all’«io» non ha davvero nessuna colpa nel più rapido tracollo elettorale dalla caduta del fascismo in poi. Ma Grillo ha una risposta per ogni domanda. Una settimana fa gli chiesero se avrebbe sfiduciato Di Maio, in caso di sconfitta. «Se Luigi fa finta di niente, cosa sfiducio?» rispose lui, serafico. Ed è quella la linea che alla fine è passata, con questa sceneggiata spacciata per referendum: andare avanti, senza fermarsi. Facendo finta di niente.

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