La rabbia di Di Maio: ora si cambia. Subito il voto on line per le nuove regole

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La rabbia di Di Maio: ora si cambia. Subito il voto on line per le nuove regole

February 23, 2019 - Termini Imerese, Italy - Luigi Di Maio, Minister of Labor. (Credit Image: © Antonio Melita/Pacific Press via ZUMA Wire)

24 Febbraio 2019

Il capo politico del Movimento alle prese con un disastro previsto. In settimana il referendum su Rousseau: il limite dei due mandati vale solo per il Parlamento

di ANNALISA CUZZOCREA

“Dove non siamo pronti, meglio non presentarci”, aveva detto nei giorni scorsi Luigi Di Maio pensando proprio al voto della Sardegna. “Quando perdiamo il candidato giusto come in questo caso, dovremmo avere il coraggio di lasciar perdere”, ha ripetuto nelle riunioni riservate delle ultime ore. Intravedendo il tracollo e la volata della Lega. Ma senza sospettare una cosa che in prospettiva fa ancora più male: e cioè che molti dei voti persi sull’isola vanno nel campo del centrosinistra. Quello che gli strateghi a 5 stelle avevano dato per morto. E da cui non si aspettavano alcuna sorpresa.

Cinque anni fa, Beppe Grillo non aveva concesso l’uso del simbolo agli attivisti dell’isola per le troppe divisioni interne. Un diniego che, secondo il capo politico, si sarebbe dovuto ripetere anche questa volta. Perché il vero candidato, Mario Puddu, già sindaco M5S di Assemini e vincitore delle prime “regionarie” on line, era stato estromesso a causa di un rinvio a giudizio per abuso d’ufficio quasi fuori tempo massimo. Costringendo a una nuova votazione on line, quella che ha portato all’investitura di Francesco Desogus, e disseminando furia e scontento in gran parte dei candidati.

Così, nel quartier generale M5S avevano smontato ogni attesa. In Sardegna non è stata fatta una vera campagna elettorale, com’è accaduto in Abruzzo. Il capo politico è stato al comizio di chiusura più per senso del dovere che per la speranza di spostare qualcosa. Non ne aveva neanche ieri, quando in pieno silenzio elettorale si è lasciato sfuggire che il governo “è pronto a mettere soldi” per la questione del latte e per i problemi dei pastori sardi. “Una vicenda complessa che va risolta evitando annunci”. I suoi sono arrivati addirittura a consolarlo puntando sul voto di lista, che dovrebbe essere ancora superiore a quello della Lega. E con il risultato del Carroccio, che non sfonda. Senza ricordare però che alle politiche, meno di un anno fa, in Sardegna il Movimento aveva preso il 42,49 per cento.

Non sono concentrati sulla sconfitta, quindi, i vertici dei 5 stelle. Ma sulla ripartenza. Per sviare l’attenzione dalle inevitabili ripercussioni che il secondo tracollo in n voto regionale può avere sul governo e sui suoi equilibri. E per prendersi il tempo di scegliere i temi su cui battere, differenziandosi dalla Lega, nella campagna che a questo punto sarà decisiva: quella per le europee.

L’arma di distrazione di massa è la riorganizzazione del Movimento, la sua trasformazione – di fatto – in partito, che sarà messa in votazione sulla piattaforma Rousseau già questa settimana. Non con una serie di votazioni distinte e centellinate, come deciso in un primo momento. Ma con un unico pacchetto “prendere o lasciare”: 20 delegati regionali che faranno da riferimento sui territori, occupandosi anche delle liste; la fine del limite dei due mandati nei comuni, anche per i sindaci; una organizzazione verticale divisa per temi con gruppi di lavoro che avranno un capo; infine, per dirla con uno di coloro che sta mettendo mano alla “struttura”, “persone scelte da Di Maio che avranno deleghe precise: sanità, esteri, ambiente, imprese e così via”. A volerla tradurre, una segreteria. Se la grande riforma è fatta anche per accontentare chi chiede più lavoro di squadra e più condivisione, non è però quella che si aspettano i “dissidenti”. I parlamentari che si sono riconosciuti nel 41 per cento degli iscritti che ha votato contro il salvacondotto per Matteo Salvini sul caso Diciotti – e che anzi vorrebbero intestarsi quella percentuale – si aspettavano scelte multiple e la fine delle investiture che hanno finora caratterizzato il Movimento. Ancora una volta, salvo interventi dell’ultimo minuto (potrebbe provarci il presidente della Camera Roberto Fico) non dovrebbe essere così.

E non ci sono buone notizie neanche per chi al Senato è pronto a votare contro la decisione di salvare dal processo per sequestro il ministro dell’Interno. L’8 febbraio Paola Nugnes ed Elena Fattori hanno scritto una lettera a Luigi Di Maio e Beppe Grillo in cui annunciavano perché a loro avviso il voto on line sulla vicenda non aveva valore. Visto che nel programma con cui i 5 stelle si sono presentati alle elezioni c’era l’abolizione di qualsiasi filtro per parlamentari e ministri davanti alla magistratura. E visto che una scelta che riguarda tutto il Paese non dovrebbe essere affidata a una piattaforma privata. Così, voteranno sì all’autorizzazione a procedere. E come loro, potrebbero votare in dissenso almeno altri due senatori. La posizione ufficiale di Di Maio è che a decidere saranno i probiviri. Quel che filtra, però, è che chi non si atterrà al voto degli iscritti sarà messo fuori dal gruppo parlamentare. Nonostante i problemi di numeri della maggioranza e il rischio di indebolirsi ancora rispetto alla Lega.

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