Rassegna Stampa
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La strada smarrita

 

di Franco Venturini

 

Dietro le «ombre russe» che inquietano Matteo Salvini c’è un evento storico del quale faremmo bene a prendere atto: trent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Europa è tornata ad essere il terreno d’elezione dello scontro russo-americano.

Nel novembre del 1989 il politologo statunitense Francis Fukuyama annunciava al mondo la «fine della Storia», perché a suo dire la democrazia liberale aveva ormai vinto il confronto con il totalitarismo. Sbagliava, e oggi, tre decenni dopo, la Russia di Putin e l’America di Trump si scambiano a casa nostra, cioè in Europa, sfide nucleari (la fine del trattato anti-euromissili), guerre per procura (in Ucraina), guerre economiche (sanzioni e contro-sanzioni) e guerre di intelligence, gestite da quei servizi che mai, dopo la Guerra fredda, hanno smobilitato.

Chi per provincialismo politico non prende atto di questa realtà può strepitare quanto vuole, può illudersi di fare il doppio gioco, ma in effetti è come un viandante bendato che non vede il terreno sul quale cammina. Noi non sappiamo (ancora) se la Lega abbia effettivamente ricevuto finanziamenti elettorali dalla Russia.

S appiamo però che un uomo vicino al partito, Gianluca Savoini, ha discusso con interlocutori russi di finanziamenti, guarda caso nel luogo meno riservato e più sorvegliato di Mosca. E sappiamo anche che Salvini aveva promesso un anno fa di bloccare entro la fine del 2018 le sanzioni anti-Russia per l’annessione della Crimea, che tale blocco non si è poi verificato, che una linea opposta è stata spiegata agli americani nella visita a Washington di giugno, e che quando Putin è arrivato in visita ufficiale in Italia (4 luglio scorso) non si è andati oltre i sorrisi. Come se il leader leghista avesse scoperto all’improvviso che su quei due tavoli, in questo momento storico, non è prudente giocare puntate contraddittorie.

Chi scrive condivide l’opinione di Salvini sull’inefficacia delle sanzioni in questione, sui danni che ci provocano le risposte russe, e sulla opportunità di trovare formule più sofisticate per punire Putin senza affossare ogni prospettiva negoziale o addirittura colpendo la nuova classe media russa in grande maggioranza occidentalista. E tuttavia, le opinioni non bastano a disegnare una politica. Soprattutto se a prevalere, nel grande vuoto della nostra politica estera, sono concezioni poco informate sui rapporti di forza internazionali, sortite propagandiste solo in piccola parte fondate (anche sul tema-chiave dei migranti), e astratte ambizioni di «cambiare l’Europa» che hanno l’unico effetto di isolarci e di indebolirci. Tutto ciò riguarda di sicuro Salvini, senza nemmeno i dubbi che ancora pesano su quanto è accaduto al Metropole di Mosca.

La realtà, sempre lei, è che Trump e Putin conducono in Europa una strana guerra, accanto alle altre già citate: la guerra comune contro l’Europa. Occorre ricordare le posizioni di Trump sulla Brexit, la sua definizione di «Europa nemica» (dal punto di vista commerciale, disse poi), le sue frequenti e ora rinnovate minacce sull’imposizione di dazi, i dissensi sprezzanti sulla difesa dell’ambiente o su diverse linee di politica estera, il suo totale rigetto del multilateralismo anche in presenza di trattati sottoscritti dagli Usa, la sua particolare animosità verso la Germania? E poi, in contemporanea, l’amicizia con Farage e Marine Le Pen, Orbán ricevuto alla Casa Bianca alla vigilia delle europee, un grande interesse per tutte le formazioni sovrano-populiste non soltanto per certe convinzioni comuni (no ai migranti) ma anche per far leva su di loro contro l’Europa?

La partita è chiara: Trump preferirebbe intrattenere rapporti bilaterali con ogni Paese europeo, senza cornici comuni, senza ambizioni fuori luogo che possano recare danni o anche soltanto fastidi all’ America First. E Putin? Sulla carta anche lui non ama un interlocutore tanto articolato e complesso, anche lui sogna rapporti bilaterali più facilmente controllabili. E anche lui, senza per questo trascurare i governi in carica, ha simpatia per i lepenisti francesi, segue tutti i movimenti populisti o sovranisti dalla Germania al Nord Europa, apprezza i separatisti catalani, l’ungherese Orbán e il post-nazista austriaco Strache (ma allora chi lo ha bruciato con un video segreto?). Ad alcuni (catalani, lepenisti, AfD in Germania) si è detto che la Russia avesse versato aiuti finanziari. Ma non è mai stata trovata la pistola fumante.

Trump e Putin per noi pari sono, allora? No di certo. Perché l’America, malgrado le tentazioni di Trump, resta una democrazia e condivide i valori fondanti della nostra civiltà.

Putin, invece, ci ha fatto il regalo di spiegarci quel che sapevamo già. La democrazia liberale è obsoleta, ha detto in una intervista-manifesto, sono i partiti nazional-populisti a capire le masse e saranno loro a vincere. Sapevamo già che il Cremlino voleva esattamente questo: l’esplosione dell’Europa dal basso, il caos politico e ideologico se possibile esteso a tutto Occidente, l’avvento di sistemi autoritari capaci di gestire l’intelligenza artificiale e di mantenere il controllo eliminando o comprimendo i diritti individuali. Una distesa di democrature guidate dalla Russia (e dalla Cina) con l’America chiusa in se stessa al di là dell’Atlantico, questo è il sogno di Putin.

Non si può esitare e nemmeno fare a metà per uno. Gli europei, gli occidentali, hanno piuttosto il dovere di ascoltare le lamentele sociali e di porvi rimedio. Ma senza smarrire la strada, senza fare il lavoro di altri. Perché oltretutto le previsioni di Vladimir Putin somigliano molto a quelle di Francis Fukuyama.

Fventurini500@gmail.com

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