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Le pagelle dei leader.

Renzi: una campagna elettorale in salita, segnata dalla dicotomia con Gentiloni. Di Maio: abilità di marketing alla nuova scuola della politica. Berlusconi, la rottura dell’incantesimo infinito.

Renzi: la fatica del leader di passare dall’io al noi

di STEFANO CAPPELLINI
Se chiedeste a Matteo Renzi qual è stato il difetto principale della sua campagna elettorale, vi risponderebbe: il ritardo. Ritardo nei tempi del voto, naturalmente. Il leader del Pd è sempre stato convinto che sarebbe stato meglio tornare alle urne subito dopo il rovescio al referendum del dicembre 2016, nell’arco di tre o quattro mesi al massimo. C’era, in quella fretta, l’idea di poter capitalizzare al meglio il 40 per cento ottenuto dal Sì. Ma anche, è inutile negarlo, la sua ritrosia a farsi carico fino in fondo di una fase politica più lunga e non gestita da lui in prima persona. Da qui nascono alcuni dei guai di questa campagna elettorale in salita.

Con Paolo Gentiloni non si è mai aperta una competizione personale per la leadership, ma nemmeno si è creata la necessaria simbiosi. Più salivano gli indici di gradimento di Gentiloni, più scendevano quelli del Pd. Una contraddizione inspiegabile, se non con la convinzione di molti elettori che quello in carica non fosse fino in fondo il governo dei dem. Dubbi poi acuiti da una domanda: perché non puntare fino in fondo su Gentiloni candidato premier? Il margine di ambiguità sul vero candidato del Pd per Palazzo Chigi ha scontentato i fan di Gentiloni e armato la propaganda dei suoi detrattori, che hanno potuto presentarlo come incrocio di inconfessabili (e inesistenti) patti trasversali slegati dalla volontà popolare.

Renzi ha cercato di rimediare insistendo in campagna sul concetto di squadra, ma ha fatto fatica a passare dalla stagione dell’io a quella del noi. Affinché quel “noi” fosse pienamente credibile Renzi avrebbe dovuto rivendicare tutti i governi del quinquiennio, compreso quello guidato da Enrico Letta, che ha comunque posto le basi per puntellare una legislatura nata morta e far nascere lo stesso esecutivo Renzi. Ma quello non era il “suo” Pd. E il Renzi segretario, capo del principale partito della sinistra italiana, ha sempre fatto fatica a inglobare in un progetto politico tutto ciò che non fosse sua diretta emanazione. Il prima di lui è una stagione disconosciuta e rottamata; il dopo di lui, cioè il governo Gentiloni, è stato vissuto come un inutile prolungamento della legislatura; non ci si può stupire se il “noi” rispolverato nelle ultime settimane in campagna elettorale è suonato posticcio alle orecchie di tanti elettori. Ora Renzi chiede loro un ultimo sforzo per premiare la proposta di squadra del Pd. Può solo sperare che il messaggio non sia arrivato troppo tardi, proprio come quelle elezioni che avrebbe preferito affrontare un anno fa.

Dal vaffa al marketing, la metamorfosi a 5 Stelle

di MASSIMO GIANNINI
Se due negazioni affermano, sei negazioni proclamano. Cos’altro fa Luigi Di Maio, al termine della sua cavalcata elettorale? Il non-candidato premier, insieme ai non-ministri del suo non-governo, retto da un non-partito regolato da un non-statuto, parla già da vincitore. E forse ha ragione lui. Non smetteremo mai di ironizzare sugli svarioni sintattici e geografici dell’ex steward del San Paolo di Napoli. Di denunciare i suoi analfabetismi istituzionali e costituzionali, praticati a colpi di mail al Quirinale svilito a “server”. Di esecrare le infinite giravolte sull’euro, le promesse lisergiche sugli “investimenti ad alto deficit”, le sortite oscurantiste sui vaccini.

Ma se si scinde la politica (inesistente) dal marketing (intelligente), Di Maio ha superato la prova. Si sono divisi il lavoro. Grillo, padre nobile che dall’alto del Sacro Blog impone le mani sui suoi “ragazzi”. Dibba, Che Guevara de noantri che cavalca le piazze con la Poderosa, “anema e core” del Movimento “di lotta”. Luigino, look anonimo da assicuratore in missione e lessico ambiguo da Forlani in pensione, faccia pulita del Movimento “di governo”. Con un Pd impelagato nella saga campana dei De Luca’s, Di Maio ha retto l’urto di Rimborsopoli. E ha avviato una mezza metamorfosi del Movimento. Dopo cinque anni buttati in ridicola auto-contemplazione, M5S ha mosso qualche passo sulla via della “normalizzazione”. Il “capo politico” è volato a Londra a rassicurare gli investitori e a Milano a blandire gli imprenditori. Ha baciato anelli di cardinali e pantofole di grand commis. Ha scalfito un tabù che pareva inviolabile: la parola “alleanze”. Ha cercato di aprire un canale col presidente Mattarella.

Il tentativo è stato goffo. Prima la visita al segretario generale del Colle, non autorizzata. Poi la presentazione dei non-ministri: media nomenklatura universitaria buona per il campionato Primavera e non la Champions League, ma non una falange di pericolosi sovversivi. Piccoli indizi della nuova linea “entrista” del Movimento, che dopo la stagione anti-politica prova a “istituzionalizzarsi”. Se le urne premiassero lo sforzo, il processo potrebbe diventare irreversibile. Larghe intese, non-sfiducia, presidenze di Camera o Senato: chissà. L’altro ieri Grillo sembrava confermare la mutazione: “Forse è finito il tempo dei Vaffa, datemi un governo…”. Ma ieri già rituonava contro l’odiato Sistema: “Diamogli l’ultima spallata…”. Da “Vaffanculo” a “Va a quel paese”: se la svolta è tutta qui, come fai a fidarti?

Il Cavaliere stanco, tra manie e déjà vu

di CLAUDIO TITO
Il grande incantesimo che ha ingannato gli italiani per quasi vent’anni si è ormai sciolto. Silvio Berlusconi non è più in grado di ammaliare il Paese come ha fatto in passato. La sua campagna elettorale è stata un infinito déjà vu. Niente di nuovo, nulla di originale. Un eterno ritornello con una formula che non è più magica. Sono passati dieci anni dall’ultima vittoria elettorale del centrodestra e l’ex Cavaliere si ripresenta con le medesime manie autoreferenziali e pro-aziendaliste. Con gli stessi tic battutisti. Nel 2008 però il suo partito superò la soglia del 37%. Obiettivi che adesso appaiono sideralmente lontani.

Il leader di Forza Italia è sempre stato un eccezionale “campaigner”. Ora sembra soprattutto la parodia di se stesso. Eppure conserva, senza averne pudore, tutto il fardello che gli dovrebbe impedire di fare politica: dalle sentenze passate in giudicato alla incandidabilità sancita dalla legge Severino fino al colossale conflitto di interessi. Il vero nodo irrisolto della sua parabola rimane quindi questo: la politica è funzionale a risolvere i suoi problemi. Un tempo erano in primo luogo processuali, adesso riguardano soprattutto il destino del suo impero imprenditoriale.

Certo, pur nella nostalgica ripetitività, è riuscito a mobilitare una parte dell’elettorato di centrodestra. Ma si ritrova a subire gli alleati: Salvini e Meloni. Non era mai accaduto. La Lega e la destra avevano un ruolo ancillare. Si è dunque consumato il passaggio dalla indispensabilità alla complementarietà. Non è più il sole intorno al quale ruota qualche satellite. Anzi corre il rischio concreto di diventare gregario rispetto ad una spinta ancora più radicale, demagogica e populista.

La vera sconfitta di Berlusconi, almeno nella fase che precede il voto, è quindi questa. Ha perso il ruolo di federatore ed è diventato un ordinario “competitor”. Lui e il segretario della Lega , almeno in partenza, salgono sullo stesso podio. Una circostanza che rende il centrodestra ancora più inadeguato e pericoloso. Una coalizione pronta a dividersi su tutto. Spaccata persino sul programma minimo che dovrebbe accompagnare qualsiasi promessa di governo. Basti pensare alla candidatura forzista di Antonio Tajani a Palazzo Chigi. Il presidente del Parlamento europeo – che si dichiara convinto europeista – dovrebbe sedersi accanto a Salvini che fino a pochi tempo fa proclamava l’uscita dall’Unione e dall’euro. Oppure dovrebbe avere al suo fianco Giorgia Meloni che non riesce a fare di meglio che andare a discutere le sorti europee con Viktor Orban, il premier ungherese xenofobo.

Ecco allora la minaccia più inquietante: una destra che si rivela definitivamente estremista e fuori dai canoni della democrazia occidentale.

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