Le parole fragili della follia

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Le parole fragili della follia

Psichiatria. L’ultimo libro di Eugenio Borgna è un racconto permeato di nostalgia in cui consegna la sua nobilissima visione della professione come incontro, colloquio e ascolto
Quando avevo 25 anni ascoltavo con incanto le sue lezioni al Policlinico di Milano. Adesso che ne ho quasi 60, e lui quasi 90, leggo con lo stesso incanto il suo nuovo libro. Un libro che contiene le lacrime dell’addio e al tempo stesso il vagito dell’avvento. La follia che è anche in noi di Eugenio Borgna ha la stessa fibra dei suoi precedenti lavori, eppure da questi si discosta. Forse perché, più degli altri, è «intessuto di frammenti della mia vita, rapsodici e serpeggianti, nei quali sono confluite esperienze lontane e vicine nel tempo, descrizioni esangui e fotografiche, narrazioni dolorose e sanguinanti, divagazioni letterarie e riflessioni nutrite di etica febbrile, e mai conclusa, nostalgia di un tempo ormai bruciato dalla vita, e in particolare di una psichiatria, che sembra talora agonizzare negli ideali ai quali si ancorava il mio destino. Ma la speranza in una psichiatria che non si esaurisca negli aridi deserti della tecnica, e sia consapevole della stremata umanità che riluce nella follia, non può morire». Riporto per esteso le sue bellissime, toccanti parole per dare la misura sia dello stile sia del compito, entrambi altissimi, di questo volume. Un libro breve e fendente che, in pochi capitoli, interroga e racconta la psichiatria di ieri, di oggi e del futuro. Sia inteso: non un manuale di psichiatria, ma l’itinerarium cordis di uno psichiatra.

La follia che è anche in noi è un racconto permeato di nostalgia, autobiograficamente sospeso tra la «montagna incantata» del manicomio femminile di Novara, che Borgna ha diretto fino al 1978, e la «rivoluzione» basagliana che, appunto nel 1978, ha aperto i manicomi. Se, scrive Borgna, la ragione «mi portava fatalmente a considerare doverosa la chiusura dei manicomi, regrediti in Italia a livelli di intollerabile inumanità», il cuore, «le fragili ragioni del cuore, mi facevano pensare con nostalgia al mondo perduto della follia». A quel mondo di silenzi, illuminazioni e lacrime, di prossimità e tempo condiviso, che inevitabilmente scompariva. Alla scomparsa non «del» manicomio, ma «di un» manicomio, quello «mai divorato dalla violenza e dall’indifferenza» che Borgna ha diretto per 15 anni. Anni incancellabili dalla memoria, immersi nell’ascolto – spesso silenzioso, sempre fisico – della follia; ma anche avvolti dalla forza turbinosa della passione civile. Una lettura storica che dice moltissimo dell’attitudine umana di Borgna – forte, delicato e schivo – e della sua tensione tra la spinta (basagliana) a portare la follia nel mondo e quella (più sua) a proteggerla dal mondo. «Ma, certo, mai generalizzare: nella cura e nella assistenza della lungodegenza psichiatrica la riforma sarebbe stata necessaria anche in un manicomio gentile, come è stato il nostro».

Dopo la chiusura del manicomio, Borgna diventa primario di psichiatria dell’Ospedale Maggiore della Carità, sempre a Novara, dove lavora fino al 2002. Il cambiamento è drastico, non foss’altro per il passaggio da un ampio ospedale femminile di 200 posti-letto a un reparto misto di 15 letti in spazi angusti. «Nei ventiquattro anni del mio primariato le porte del reparto sono rimaste aperte, non c’erano contenzioni, ma la direzione sanitaria non consentiva alle pazienti e ai pazienti, anche se accompagnati, di scendere nei giardini dell’ospedale».

Quella di Borgna è una psichiatria nobile e antica che sa appoggiarsi a una rigorosa farmacoterapia senza ignorare l’importanza della psicoterapia e della socioterapia. Una psichiatria fieramente opposta a ogni contenzione, contraria alle scorciatoie farmacologiche, sempre rispettosa del tempo senza orologio che spesso è quello di cui hanno più bisogno i pazienti ricoverati. Una psichiatria che considera il dolore condizione umana non solo ineludibile, ma fondativa.

Una psichiatria che Borgna organizza attorno ad alcuni termini ricorrenti che solo chi non vuole capire può liquidare come «buonisti»: gentilezza, speranza, fragilità. Le parole di Borgna non sono messe lì per amor di buone maniere, ma per ribadire la sua visione della professione come relazione e ascolto e della disciplina come sonda ermeneutica «orientata a cogliere il senso di alcune grandi tematiche della vita». Al punto che, quando si confronta con esperienze abissali come quelle psicotiche, la psichiatria «avrebbe ancora più bisogno di parole fragili e silenziose», forse le sole capaci di creare relazioni di cura. Quando deve consegnare al futuro la sua idea di psichiatria, Borgna sceglie le immagini della fragilità, «dimensione segreta della follia», e della «comunità di destino» come dialogo infinito «fra chi cura e chi è curato».

Nella mia vita di psichiatra e psicoterapeuta ho spesso abbracciato posizioni più empiriche, ho guardato al mondo anglosassone più che a quello mitteleuropeo, ho valorizzato la nomenclatura diagnostica senza dare per scontato che reificasse il paziente. Ho persino insegnato ai miei studenti a «usare» il DSM, il manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association che per Borgna è la summa negativa e arida della peggior psichiatria. Insomma non sono in tutto e per tutto un suo allievo ideale. Ma sempre ho cercato di seguire la strada che lui mi ha indicato più di trent’anni fa nelle aule spoglie del Policlinico.

Quella dell’incontro e dell’ascolto, del dubbio e talvolta del mistero. La strada che scansa la fretta spacciata per efficienza, un cammino che procede scortato dal soffio delle parole di Hölderlin: «siamo un colloquio/e possiamo ascoltarci l’un l’altro».

 

La follia che è anche in noi

Eugenio Borgna

Einaudi, Milano, pagg. 129, € 12

 

Vittorio Lingiardi

A Roma Lucian Freud, «Girl with a White Dog», nell’ambito della mostra «Bacon, Freud e la scuola di Londra», dal 26 settembre al Chiostro del Bramante

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