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“È l’uguaglianza l’unica chance del liberalismo”

JAN ZIELONKA, L’EREDE DI DAHRENDORF
In una storica intervista Putin ne ha annunciato l’estinzione. Qui uno studioso ci spiega che si può ancora salvare. A colpi di giustizia sociale
di Simonetta Fiori
Putin non ha la più pallida idea di cosa sia il liberalismo. Ma la crisi di quella cultura politica esiste ed è un problema molto serio: indipendentemente dalle sortite di un autocrate». Jan Zielonka si definisce un «liberale deluso». Classe 1955, è nato nella Polonia comunista. E da ragazzo sognava un’Europa senza muri e senza governi oppressivi. «Ero persuaso che l’ideale della libertà potesse rendere la vita migliore non solo per chi viveva dietro la cortina di ferro, ma anche nelle periferie povere di Londra, Parigi, Madrid. Così non è stato ». Da Ralf Dahrendorf ha ereditato a Oxford un insegnamento di scienze politiche che porta il suo nome. E a quel maestro di liberalismo è dedicata una lunga lettera dal titolo espressivo, Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale , tradotta in Italia da Laterza.
Professor Zielonka, il manifesto di Putin sulla morte del liberalismo segna l’apice di quella contro-rivoluzione che lei racconta nel suo saggio: l’avanzata di forze dichiaratamente contrarie all’ordine liberale.
«Sì, si potrebbe leggere in questo modo. Ma in realtà Putin non capisce cosa significhi democrazia liberale, e quindi cosa siano i diritti umani, i mercati aperti, l’informazione libera.
Francamente è la persona meno indicata per dare lezioni sul liberalismo. Semmai lo interpellerei su dispotismo e autocrazia».
Ma negando il valore del liberalismo produce il suo manifesto politico antidemocratico. Nessun altro in Europa s’era spinto a una liquidazione così netta.
«Questo sì, ma il problema del liberalismo esiste anche senza Putin.
E allora dobbiamo interrogarci sul perché alle élite liberali gli elettori preferiscano un’altra classe politica che resta inconsistente sul piano della proposta strategica, ma trae forza dalla nostra debolezza. Trovo sterile persistere in una spiegazione ideologica secondo la quale noi siamo gli “illuminati” e tutti gli altri “dementi” e “manipolabili”».
Da dove cominciamo l’autocritica?
«Partirei dalla gestione dei flussi migratori da parte dell’Europa liberale nell’ultimo ventennio: immorale e inefficiente. Gli interventi militari condotti in Afghanistan e nel Medio Oriente hanno contribuito all’instabilità che ha generato migrazione. E la maggior parte del nostro danaro è andato ad autocrati che promettevo di controllare i migranti, peraltro con modesti risultati. Ma dai nostri errori non abbiamo imparato nulla. Oggi facciamo accordi con un altro dittatore, Erdogan, e con altri signori della guerra in Libia: per spedire uomini, donne e bambini dove non ci sono né speranza né diritti. Questo sarebbe l’aiuto umanitario dell’Europa liberale?»
Una politica sbagliata. Ma forse dovremmo chiederci se la cultura del liberalismo è attrezzata per affrontare le sfide della contemporaneità.
«Io credo di sì, ma a condizione di ripensare gli strumenti per un mondo in continua trasformazione.
Ancora una volta parlerò di Europa, ma questa è la materia del mio insegnamento. Qual è l’ultima vera riforma dell’Unione Europea? Il Trattato di Maastricht, che risale al 1992. Da allora sono cambiate radicalmente la geopolitica e l’economia, ed è cominciata la rivoluzione digitale, mentre le nostre istituzioni europee sono rimaste le stesse. Non è cambiato niente».
La sua autocritica di liberale deluso coinvolge anche il ceto intellettuale.
«I nostri studiosi hanno elaborato un’infinità di teorie sull’integrazione europea e non una sola teoria sulla disintegrazione. Oggi ci aiuterebbe moltissimo per capire come fermarla e quindi come resistere alla propaganda degli euroscettici. È possibile studiare la pace senza aver studiato la guerra? No. Così come non puoi capire la democrazia senza aver studiato l’autocrazia».
Il liberalismo è stato dichiarato morto molte volte, poi si è ripreso.
Succederà anche questa volta?
«Sì. Si è esaurita la spinta politica degli attuali gruppi dirigenti europei, ma non si è esaurito il liberalismo come patrimonio di idee e valori: la libertà individuale e l’eguaglianza, la tolleranza e l’antirazzismo, il dominio della legge e il potere responsabile. Non credo che le persone aspirino a vivere senza diritti. E non vedo la fila di gente che chiede asilo politico in Russia. Chi vota le forze politiche contro-liberali è arrabbiato per le promesse tradite.
E siamo stati noi liberali a tradirle.
Eravamo noi al potere quando sono cresciute le diseguaglianze e le democrazie hanno assunto connotati oligarchici».
Per restituire l’impotenza dei liberali oggi, lei ricorre ai versi di Bob Dylan: “Che valgo io se so e non faccio, se vedo e non dico…?”.
Che cosa dovrebbero fare i liberali per invertire il pendolo della storia?
«Intanto recuperare democrazia ed eguaglianza, due stelle polari abbandonate dall’Europa. Negli ultimi trent’anni quelli che si chiamavano liberali hanno dato priorità alla libertà sull’eguaglianza. I beni economici hanno ricevuto più attenzione e protezione di quelli politici. E i valori privati sono stati accarezzati più dei valori pubblici.
Ora occorre occuparsi di più di giustizia sociale».
E sulla democrazia, in che modo si può incidere?
«Non c’è democrazia senza trasparenza. E l’opacità di Bruxelles non è solo una caricatura dei suoi avversari. Mi ricordo quando fu accolta come “il trionfo della democrazia” l’elezione di Junker a presidente della Commissione europea: era l’emblema di una politica che aveva permesso l’evasione fiscale nel suo paese, il Lussemburgo. E penso anche al mondo oscuro del lobbismo che ruota intorno al Parlamento. Quindi prima cosa: la democrazia liberale deve essere trasparente. Secondo: deve essere più vicina ai cittadini. Si potrebbe istituire una seconda Camera del Parlamento europeo per chi rappresenta la collettività – Città e Regioni – e anche per le associazioni che rappresentano l’impresa: meglio vedere gli imprenditori difendere i propri interessi in aula piuttosto che nei ristoranti di Bruxelles».
Lei prevede un periodo tumultuoso. Perché?
«Per trovare una strada nuova ci vorrà tanto tempo. Anche perché all’interno dei circoli liberali una discussione seria non è ancora cominciata. Prendiamo l’economia digitale: i banchieri hanno capito perfettamente come funziona, mentre non vedo altrettanta consapevolezza sul fronte delle analisi. Piketty ha prodotto riflessioni interessanti su eguaglianza e diseguaglianza, ma temo che in economia non basti».
Che cosa occorre per superare la crisi?
«Per uscire dal neoliberismo occorrono nuove visioni del capitalismo, della democrazia e dell’integrazione. Ci vorrebbero analisti della potenza di Adam Smith, padre dell’economia liberale, o di Karl Marx . Ma questo richiede tanto tempo. Non si può fare per decreto».

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