L’illeggibile meraviglia di Finnegans

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L’illeggibile meraviglia di Finnegans

Quarantasette lingue diverse, un precipizio di suoni un testo unico nella storia letteraria. Terrinoni e Pedone hanno concluso l’impresa di tradurre l’opera di Joyce
C’era una volta un traduttore, l’ardimentoso Luigi Schenoni da Bologna, che visse e invecchiò tra i meandri del “labirincubo”, l’impossibile sciarada poliglotta, più che un libro «un insensato borbottio notturno»: Finnegans Wake .
Se Joyce ci mise sedici anni a scriverlo, e se alla fine dell’impresa — datata 4 maggio 1939 — non avrebbe vergato neppure più una riga in vita sua, Schenoni si piegò su quelle indecifrabili carte per trent’anni, traducendo, ricreando, montando e smontando tre righe al giorno fino alla morte, nel 2008, forse un premio, o comunque la fine della faticaccia. A quel punto, la lingua italiana aveva in dono un fardello di quattro volumi che Mondadori pubblicò dal 1982 al 2011, dunque lo stremato Schenoni neppure vide realizzato e adulto l’ultimo dei suoi figli letterari. Si trattava pertanto di continuare l’ Odissea ma senza Ulisse, con Omero introvabile.
Ed ecco comparire due nuovi personaggi, due professori, due amici, forse due enigmisti: Enrico Terrinoni e Fabio Pedone. A loro venne proposta la sfida estrema: proseguire e concludere la traduzione del Finnegans Wake , «l’unicorno dei boschi narrativi», sciarada polisemica in cui si contano 47 lingue diverse tra cui il triestino che Joyce masticava come verbo materno. Una mappazza, sia detto senza offesa, che in pochi hanno letto e in cui si capisce più o meno chi è che parla, anzi sogna, a pagina 555 e neppure del tutto. Un libro impossibile, inspiegabile, forse illeggibile. Ma anche una meraviglia assoluta, un precipizio di suoni e liquefazioni verbali, un testo unico al mondo in cui ogni parola è sempre nuova, inventata nell’incastro con la precedente o la successiva in una bizzarra gemmazione multipla.
«Impossibile è quello che non si può fare, oppure che non è mai stato fatto. E noi due ci siamo tuffati lì dentro con gioia, umiltà e spavento», racconta Fabio Pedone. Risultato, non proprio frettoloso: nel 2017 Mondadori consegna ai lettori le prime due parti del terzo libro. E adesso, 80 anni dopo la prima pubblicazione londinese da Faber and Faber, l’anello si salda con l’uscita della seconda metà del terzo libro e con il quarto, cioè l’intera opera. «Ora si può dire che il Finnegans Wake “finizi” anche in italiano »: finizia, perché fine e inizio furono legati da Joyce con lo stesso nodo, probabilmente scorsoio.
Se ogni traduzione è un’avventura ai limiti dell’indicibile, questa è l’Everest. Una staffetta dentro una maratona per dare corpo, nella lingua di Dante, al lungo sogno di Humphrey Chimpden Earwicker, proprietario della mescita “The Bristol” nel villaggio di Chapelizod, periferia di Dublino. Una scommessa che riguarda parole, pazienza e musica, senza trascurare il soffritto di cipolla e un buon vino rosso. «Per anni ho visto Enrico Terrinoni più di mia moglie», dice Fabio Pedone. «Noi lavoriamo separati, sullo stesso brano che poi si confronta per trovare la quadratura, è come giocare a ping pong con una poesia. Una volta al mese ci si vede a cena, io cucino, Enrico porta il vino e poi si traduce. Oppure si va a suonare le ballate irlandesi del libro, io alla chitarra, Enrico al pianoforte: Joyce è soprattutto musica. La nostra stella polare è proprio Joyce, che traducendo in italiano il famoso capitolo dei fiumi con il suo amico Nino Frank ammonisce di raggiungere le fonti poetiche della lingua d’arrivo, non di quella di partenza. La traduzione diventa possibile solo seguendo o inseguendo la libertà poetica dell’italiano. Abbiamo giocato a parole incrociate, ogni frase è una torta millefoglie e attraverso gli strati bisogna capire dove si va a finire. Come il telefono senza fili dei bambini: tutto resta uguale e tutto cambia. Bisogna abbandonarsi allo straparlare di Joyce che non è gratuito, ma sorvegliatissimo: una catena di shock, piccole esplosioni di dinamite. Finnegans Wake è un testo “ombripotente”: mi vergognerei se dicessi che l’abbiamo reso comprensibile. Però mi auguro una lettura gioiosa e divertente in cui le parole fanno festa».
Se l’ardimentoso Schenoni visse murato nell’incubo di Finnegans, i due complici Pedone e Terrinoni hanno coinvolto i lettori in Rete già in corso d’opera, chiedendo di proporre soluzioni nella resa di certe frasi, di alcune speciali parole (lo sono tutte, è l’etimo/atomo). Dunque Internet, Twitter, Pagina 99: le finestre di questa stanza di traduzione sono rimaste spalancate al vento, che infatti è entrato per far volare le pagine nell’uragano di una lingua sempre più viva. Nel resto del mondo esistono non più di otto traduzioni complete, ma fervono gruppi di lettura sul web (finneganswake.org). «I giochi di parole di James Joyce non sono soltanto un gioco, ma una dichiarazione politica», spiega Enrico Terrinoni che dei due traduttori è il più “irlandese”. «Il Finnegans è anche una vendetta contro la lingua degli inglesi oppressori, è il testo più antifascista nella letteratura del Novecento perché non sopporta autorità. Ed è un libro in cui è il lettore a tradurre, ascoltando l’oscura musica del sogno e del desiderio. Tra il testo originale a fronte e la traduzione c’è uno spazio siderale, ed è lì che abita il lettore di Joyce o forse ogni lettore. Il motto di Joyce è “I am simpliciter arduus”. Alla lettera: io sono semplicemente difficile, o difficile in modo semplice. Ma scomponendo arduus abbiamo “are”, essere, e poi “dhous”, che in inglese antico vuol dire tu, e abbiamo “us”, cioè noi. Insomma: tu sei noi. Trovo bellissimo che uno scrittore, anzi un testo dicano questo al lettore, “sei noi”, non “sei me”, qui vibra un sentimento di comunità o forse addirittura di trinità, visto che in quel “simpliciter” è inscritto anche “ter”. Il Finnegans è così: un luogo dove ogni parola scoppia e ne produce altre dieci». Dire che si possa proprio leggere forse è troppo, perché si legge e si riscrive e si ascolta e si declama, tutto insieme. Un viaggio nel cuore della notte dove balbettano sogni nella lingua del desiderio. E poi, come dio vuole si riaprono gli occhi. Fin negans wake: la vita è risveglio che nega la fine.

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