Lo spostamento della collezione Spannocchi

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Lo spostamento della collezione Spannocchi

Dürer, Altdorfer e i maestri nordici dalla Collezione Spannocchi di Siena

di Pierluigi Piccini

Perché è un errore spostare la collezione Spannocchi al Santa Maria della Scala? Perché si smembra una parte importante della Pinacoteca Nazionale. E questa separazione sancisce il fallimento del progetto del trasferimento della Pinacoteca al SMS; fallimento che viene dato dai vari soggetti interessati come irreversibile. La sola collezione Spannocchi al SMS non apporta molto a quello che rimane sostanzialmente un contenitore vuoto, ancora senza una strategia complessiva. Così come mantenere la Pinacoteca nei locali attuali la destina a una morte ingloriosa. È un museo vecchio per l’aspetto espositivo e superato per la mancanza dei minimi servizi al pubblico. Questo è uno dei più nefasti effetti negativi della riforma Franceschini. L’autonomia dei musei statali, considerati secondari e messi sotto i Poli museali regionali, ha partorito questo assurdo senso della proprietà, per cui il MiBACT non vuole più condividere uno dei suoi musei con gli enti locali. Eppure basterebbe un ripasso della storia, per ricordare al MiBACT e a tutti che le opere della Pinacoteca sono del Comune e poi della Provincia di Siena, prima di essere passate in deposito allo Stato. In forza di questo è ancora possibile che l’intero museo e tutta la cultura di gestione accumulata in due secoli passino al SMS nel rispetto delle rispettive autonomie. Bisogna volerlo con determinazione al di là delle appartenenze politiche e fare squadra con l’obiettivo di raggiungere tale risultato. Per quanto mi riguarda il modello a cui ispirarsi e più volte da me ribadito, è la Fondazione Cini: centro di studio, formazione, di esposizioni mirate al patrimonio artistico senese e non solo, luogo di innovazione, di produzione e di tutela. E nonostante che tutto quello che sta avvenendo intorno all’antico Spedale sia in netta contraddizione con quanto scritto qui sopra continuo a pensare che questa sia la reale e forse l’unica molla dello sviluppo economico di Siena, capace di estrarre reddito da lavoro dal bene culturale.

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