L’oscillare dei tempi della politica

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22 Settembre 2019

L’oscillare dei tempi della politica

di Pierluigi Piccini

Inizierei dividendo i due termini, quello del tempo e quello della politica. Quale tempo? Il tempo del contemporaneo, ciò che stiamo vivendo, ovvero l’annullamento della visione tradizionale del divenire. Tutto è presente in una dilatazione dell’istante in cui incalza l’infinito accadere, non facendo sopravvenire l’evento. Sicuramente è il portato della Tecnica che costantemente produce e riproduce privandoci dell’evento nell’Essere, come afferma ad esempio Emanuele Severino. Siamo solo degli abitatori del tempo che vivono nell’accadere continuo, privati del passato e incapaci di pensare il futuro, espropriati della capacità di prevedere il proprio avvenire. Meglio, la previsione non spetta ai soggetti che consumando diventano schiavi della dimensione fatta Tecnica. Lo stesso capitale diventa vittima di questo processo costante, al punto che, per continuare a vivere, è costretto a rinnovare costantemente non se stesso, ma il prodotto che lo tiene in vita. Se c’è un assoluto apparente allora non può che essere la Tecnica. La politica ha perduto essa stessa la capacità del dominio nel momento nel quale ha rotto con l’economia. Si dice che quest’ultima abbia soppiantato la stessa possibilità di essere controllata dalla potenza del comando democratico. Personalmente non so se questo è giusto, certo è che il superamento della dimensione sovrana degli Stati e la finanziarizzazione ha inferto un duro colpo alla politica. Quest’ultima diventa costretta, per continuare ad esercitare un ruolo, a chiudersi nella dimensione sovranista, riproducendo inutilmente logiche superate dalla stessa dimensione del contemporaneo. Così facendo la politica diventa anacronistica, e per questo destinata alla sconfitta. La questione della Gran Bretagna sta lì a dimostrarlo: come può uno Stato, per di più cuore della finanza, pensare di sopravvivere chiudendosi nei suoi confini? Una contraddizione così insanabile, se dovesse essere ulteriormente perseguita, non porterebbe, con molta probabilità, che alla frammentazione dello stesso Stato che i conservatori inglesi affermano di voler difendere. Territori come il Galles, la Scozia o l’Irlanda del Nord potrebbero trovare una strada autonoma. Comunque il problema principale sta nel fatto che il politico e l’economico hanno preso strade autonome e non si riconoscono più vicendevolmente. Altra caratteristica che indebolisce la politica, quella con la P maiuscola, è che non riconosce più un soggetto come elemento del conflitto. È sparito il soggetto della trasformazione, e così la politica non concepisce più il conflitto. Senza quest’ultimo tutti i processi diventano anonimi: nel conflitto si riconosce la politica, la dimensione sociale, la trasformazione dentro i processi d’innovazione. Basta ricordare a questo proposito gli scritti di Machiavelli e la divisione fra Patrizi e Plebei. Erroneamente si pensa che sia possibile una società di individui di stampo neo liberale, senza conflitto e senza la costruzione sociale che questo determina: senza il conflitto non è possibile la socialità. Una socialità vera, non quella sbandierata dai social che si trova in Facebook e nella comunicazione fra individui. Socialità che non si ritrova neppure nei vari documenti amministrativi. Stiamo parlando di simulacri dell’autentica dimensione sociale. Non può esistere una innovazione senza trasformazione e conflitto, perché altrimenti avremmo soltanto ripristino dell’ordine. Le innovazioni guidate dalla Tecnica sono, storicamente, elementi di ordine necessari a ricreare l’accumulazione del capitale. Il capitale diventa vittima, quindi, di se stesso. Se non c’è trasformazione non c’è la politica, che avrebbe bisogno di un soggetto, di un Chi capace potenzialmente del cambiamento. Un Chi a conoscenza dei processi e a conoscenza delle dinamiche interne. A questo punto vorrei aprire una piccola parentesi personale. Ero molto giovane e già iscritto, fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, al Partito Comunista, ovvero quelli decisivi per l’involuzione di quel partito, che pure ho continuano a frequentare per molti altri anni ancora. Ebbene, nella sezione di piazza Tuscolo a Roma veniva a farci lezione un professore universitario che ci spiegava non il Capitale, ma i Grundisse di Marx. Tale opera fondamentale contiene la categoria del General intellect, nel frammento sulle macchine. Forse l’opera più scientifica di Marx, non datata, indispensabile per capire ancora oggi, soprattutto oggi, cosa sta succedendo nel mondo capitalistico occidentale. La mia formazione ha preso nel tempo altre strade, ma a quelle lezioni da diciassettenne devo molto. Quindi: crisi della politica, crisi del tempo della politica, crisi della religiosità o, meglio, della teologia politica, della convinzione della finalità della politica del credere all’oltre, al fatto che l’evento possa ancora succedere e che nessuno può negare che possa accadere. Utopia? Come direbbe Ernst Bloch, no: piuttosto realismo della concretezza, della scientificità non ideologica della trasformazione possibile legata, però, ai nuovi processi economici. Ma per fare questo c’è bisogno di aggiornare e definire quel General intellect di cui parlavamo precedentemente. È necessario volere un soggetto che voglia la trasformazione. Sembra che oggi nessuno la voglia, a partire proprio dai partiti e nonostante la necessità di riscoprire il conflitto come presupposto dell’appartenenza sociale. Abbiamo bisogno del soggetto, del Chi. Si apre un discorso sulla prospettiva che in questo articolo si può solo accennare. Ebbene, siamo entrati in una nuova fase della modernità che Alain Touraine chiama ipermodernità e, guarda caso, alcuni elementi di analisi collimano con ciò che ci siamo detti precedentemente. La società che abbiamo di fronte è una società della comunicazione, quindi della creatività, della parola. L’individuo dovrà sviluppare la costruzione del Se dentro questa logica, ma solo all’interno di conflitti capaci di realizzare dei diritti che faranno da spartiacque sociale. Diritti che superano, anche, i cosiddetti diritti naturali propri della morale settecentesca, che permetteranno la costruzione del Sé del soggetto. Al primo posto il sociologo francese mette i diritti della donna e a seguire quelli legati all’ambientale. Ma su queste prospettive, forse sarà utile tornare, così come sul Chi.

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