Ma adesso la Lega punta a farle risorgere

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Ma adesso la Lega punta a farle risorgere

Una proposta di legge per l’elezione diretta dei consigli provinciali Anche il veto dei 5 Stelle si sta ammorbidendo

ROMA

In coma per anni, ora stanno per risorgere. E non è escluso che si possa tornare al voto per scegliere a suffragio universale i loro Consigli. La resurrezione delle Province potrebbe ricevere un primo benestare già nelle prossime settimane dal tavolo tecnico istituito al ministero dell’Interno sotto la guida del sottosegretario leghista Stefano Candiani. Ma anche sul terreno politico, dove la Lega ha già presentato una proposta di legge per ripristinare l’elezione diretta, starebbe venendo meno il veto che i Cinque-Stelle avevano posto alla sopravvivenza stessa delle Province. « Bisogna partire dalle competenze da affidare loro – spiega Candiani – e quindi dalle risorse necessarie. Dopo di che, una volta tornata la capacità di spesa, serve anche una loro chiara riconoscibilità da parte dei cittadini, un legame che solo l’elezione diretta può dare. La Provincia non è affatto un ente inutile, la dimensione provinciale è insostituibile, come dimostra il modo di operare di tutte le istituzioni sul territorio: dalle camere di commercio ai vigili del fuoco, dalla polizia ai carabinieri alle associazioni commerciali » . Su una simile lunghezza d’onda, nonostante la militanza nel Pd, è il presidente uscente dell’Unione province Achille Variati, ora sostituito da Michele De Pascale: «Non si tratta di tornare al passato ma di fare delle Province il motore dello sviluppo locale, l’ente della programmazione strategica territoriale e di restituirle l’elezione diretta». Ma per rimettere in piedi decine di strutture finite spesso in stato comatoso e riavvicinarle alle esigenze dei territori il cammino è ancora disseminato di ostacoli. E quelli politici sono solo una parte. Nei territori provinciali opera in realtà una miriade di enti, consorzi e società che avrebbero bisogno di una radicale razionalizzazione, a cominciare da quella cura dimagrante che la riforma Madia aveva avviato e che questo governo ha bruscamente interrotto. Questa pletora di organismi, secondo l’Upi, andrebbe assorbita dalle Province. Vediamola: ci sono 87 “Ato rifiuti” e 69 “Ato acqua”, ossia Ambiti territoriali ottimali, individuati dalle Regioni. Si contano poi 48 Autorità di bacino, organismi costituiti tra Stato e Regioni e operanti sui bacini idrografici. Seguono 150 Consorzi di bonifica, con competenze sulle opere di sicurezza idraulica e di irrigazione. E non è finita, perché tra partecipate e consorzi vari si aggiungono altri 3 mila organismi. Tutte strutture che invece di essere drasticamente sfoltite, hanno ricevuto dal governo gialloverde la garanzia di sopravvivere almeno fino al 2021. La legge di bilancio dà infatti alle amministrazioni la possibilità di rinviare di due anni la chiusura delle società prive di interesse generale e con amministratori più numerosi dei dipendenti, purché in utile tra il 2014 e il 2016. Il rischio, insomma, è che intorno alle nuove Province resti quella rete autoreferenziale di poltronifici dotati di poteri di veto che a tutto è servita meno che a offrire servizi ai cittadini. C’è poi un altro rischio che potrebbe minare l’efficienza amministrativa nei territori provinciali. Una delle funzioni delle Province dovrebbe essere quella di fare da stazione appaltante ai Comuni più piccoli. La legge di bilancio aveva inizialmente previsto l’obbligo per i Comuni di ricorrere alla Stazione Unica Appaltante creata finora da 50 Province. Ma poi la norma è stata cancellata ed è rimasta solo la facoltà di adesione. Così a poter appaltare i lavori pubblici continueranno ad essere circa 30 mila soggetti. Un’occasione persa. – m.ru.

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