Montale alla guerra armato di canzoniere

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Montale alla guerra armato di canzoniere

 

 

Eugenio Montale riteneva che i suoi tre primi libri di versi — Ossi di seppia, Le occasioni, La bufera e altro — andassero letti «insieme, come una poesia sola», ma che fosse poi proprio quest’ultimo il suo «migliore». Non è detto che si debba per forza dargli ragione. Sicuramente è il più alto e complesso, anche il più arduo dei suoi: un libro straordinariamente ricco per architettura compositiva, varietà tematica, riferimenti storici ed esistenziali, registri espressivi (tra cui dominano comunque il tragico-sublime e l’elegiaco), per il ricorso al mito, alla tradizione, alla letteratura, ma anche per la presenza di sensi e sovrasensi simbolici e soprattutto allegorici.

Uscita in prima edizione nel 1956 per l’editore Neri Pozza, quindi l’anno successivo in edizione definitiva per Mondadori, La bufera può essere vista come una prova estrema o come un ultimo, maestoso baluardo del cosiddetto grande stile lirico che aveva caratterizzato la poesia italiana e europea dall’avvento della modernità. Tutt’intorno, infatti, già in quegli anni si era cominciato a intendere la poesia e di conseguenza a scrivere in un modo diverso, non solo per quanto riguarda il tenore espressivo, ma anche e soprattutto per la rinuncia a quello che costituisce il tratto più ambizioso e qualificante del terzo libro montaliano: la volontà di traguardare la particolare vicenda individuale su un piano non solo storico ma universale che le conferisca un valore assoluto, capace di rappresentare l’intera esistenza collettiva. «La bufera che sgronda sulle foglie/ dure della magnolia i lunghi tuoni/ marzolini e la grandine» con cui si apre la raccolta, per indicazione dello stesso Montale è sì la Seconda guerra mondiale («quella guerra dopo quella dittatura») ma al contempo «è anche guerra cosmica, di sempre e di tutti». Non è un caso che alla presenza consueta dell’asse Petrarca-Leopardi si affianchi ora con molta evidenza quella di Dante, in particolare per la concezione stessa del cosiddetto io poetico e dello svolgimento esemplare del suo destino (l’autore, anche questo è significativo, aveva pensato dapprima al titolo di Romanzo).

A dar conto delle tante stratificazioni e correlazioni dei diversi livelli di discorso di questa raccolta, è disponibile ora una bella edizione commentata uscita per Mondadori a cura di Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai. È vero infatti che il monolite della Bufera è in realtà eccezionalmente inclusivo, pieno di frizioni, spostamenti, sviluppi interni, che un autore di superiore consapevolezza e padronanza artistica qual è stato Montale, riesce tuttavia a governare e a rendere funzionali alla costruzione del proprio edificio poetico. Tra le diverse tensioni che attraversano La bufera, che poi i commenti ai singoli testi s’incaricheranno via via di mettere a fuoco e di circostanziare, nella sua introduzione Scaffai richiama non a caso quella davvero fondamentale che determina il «doppio regime del libro: da un lato, la riconfigurazione dell’esperienza attraverso la forma del “canzoniere”» (è lo stesso Montale a ricorrere a questa parola); «dall’altro l’inclusione della realtà, sotto forma di eventi e date, luoghi e situazioni, parole, formule e soprattutto personaggi».

Proprio i riferimenti storici concreti, che costituiscono non solo lo sfondo ma spesso un argomento vero e proprio, comprendono il conflitto mondiale dal suo inizio, la memoria del genocidio degli ebrei, la guerra fredda, il gulag, fino all’avvertimento dell’omologazione, della perdita di gerarchie e di valori legate all’avvento della società cosiddetta di massa. Un periodo molto lungo, dunque. E a questo si aggiungono le vicende private, primo fra tutti il motivo amoroso incarnato nei diversi tu distintivi della poesia montaliana (qui anzitutto quello angelico-metafisico di Clizia e quello tellurico e irredimibile di Volpe), i tanti viaggi, ma anche la memoria dei lari familiari (due poesie di stupefacente bellezza, A mia madre e Voce giunta con le folaghe, sono dedicate rispettivamente alla madre e al padre del poeta: «Eccoti fuor dal buio/ che ti teneva, padre, erto ai barbagli,/ senza scialle e berretto»).

La bufera è insomma una raccolta con i piedi saldi nel passato ma porta comunque in sé la percezione del nuovo, di ciò che sarebbe stato o meglio, Montale ne era come sempre ben consapevole, di ciò che già stava accadendo. Le ultime poesie proprio sul punto di concludere sono già qualcosa di diverso, come se si trovassero ormai da un’altra parte. Anche se il libro si chiude su una nota di speranza («L’attesa è lunga,/ il mio sogno di te non è finito»), quando dopo un silenzio di anni sul finire dei Sessanta riprenderà a scrivere con continuità, la diga sarà dissolta, l’epoca di quella che era stata per lui la grande poesia — la sua poesia — apparteneva ormai al passato. Satura, che nel 1971 inaugura l’ultimo tempo della poesia montaliana, si costruisce a ogni livello come una palinodia dei libri precedenti. E a quel punto la grandezza, l’irraggiungibilità della Bufera apparirà tutt’uno col suo trovarsi ormai fuori dal tempo.

 

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