“Noi, maestri della scuola che non c’è”

La strada smarrita
13 Luglio 2019
Visco: “Più fusioni fra banche piccole e per gestire la crisi imitiamo gli Usa”
13 Luglio 2019

“Noi, maestri della scuola che non c’è”

Ponticelli, periferia est di Napoli: così da anni gli “insegnanti di strada” fronteggiano il disagio sociale e la dispersione scolastica
di Paolo Di Paolo
Dopo i risultati delle prove Invalsi che denunciano il ritorno dell’analfabetismo siamo andati a Sud, dove la situazione è più drammatica
E abbiamo chiesto un’analisi a un grande scrittore
NAPOLI — La musica — tamburi, battito di mani che tengono il ritmo — arriva fino al cortile. È luglio, la scuola è finita, ma non è chiusa. Via Argine, Ponticelli, periferia est di Napoli: un gruppo di ragazze e ragazzi imparano passi di danza africana. È scuola oltre la scuola, un campo estivo particolare. I partecipanti? Bambini e adolescenti che «non hanno altre risorse e altri punti di riferimento», mi dice uno degli educatori dell’associazione “Maestri di strada”, Nicola Laieta. «Altrimenti, è probabile che non si troverebbero qui, in una mattina di luglio».
D’estate, il vuoto educativo può essere totale. Gli alunni vengono dai quartieri più difficili della periferia orientale, faticano a restare nel contesto scolastico. Frequentano poco, spesso abbandonano finita le medie. «Noi cerchiamo di sostenerli soprattutto in quel passaggio, delicatissimo» spiega Laieta, che da economista con la passione per il teatro si dedica a tempo pieno al progetto di questa onlus. Nata nei primi anni 2000 per volontà di Cesare Moreno, sulla base di un’esperienza destinata, già vent’anni fa, ad alunni “dispersi”: costruire percorsi di recupero del fallimento scolastico, occupare gli spazi vuoti lasciati dalle famiglie, lavorare dove la scuola non ce la fa, dove si arrende.
Le cifre emerse dalle prove Invalsi parlano chiaro. «I dati Invalsi io li vedo ogni giorno in tempo reale », dice Moreno. «Quanto al divario Nord-Sud, è banale: nel Meridione c’è più classismo, resistono modi feudali di impostare relazioni sociali, e c’è più povertà. Gli insegnanti soffrono, e la colpa non è loro: spesso non hanno l’attrezzatura per formare. Bisogna ripartire dalla relazione educativa, dalla microfisica dei rapporti umani: la scuola si limita a istruire, ma deve educare».
Che altro? «Manutenzione psicologica », aggiunge il maestro di strada Laieta, mentre i ragazzi si ristorano con pane e marmellata. Passa un’adolescente, noto la scritta sulla t-shirt: “Sto nervosa”. Lui mi racconta la storia di Roberta, che non riusciva a rispettare né i suoi coetanei né gli adulti, e trasformava vergogna e fragilità in un’aggressività incontenibile. Ora è diventata “peer educator” a Forcella, fa l’attrice, ha scoperto la passione per la recitazione in uno di questi laboratori. Mi racconta di Antonio, che fa parte «di quelli che a scuola scompaiono». Muto, triste, demotivato. Dormiva sui banchi. «Non ha il padre, ha iniziato a crescere con noi. E scoprendo un grande talento artistico, lentamente il suo livello di partecipazione scolastica è aumentato». Ora è “peer educator” anche lui, si è unito a questa comunità educativa fatta di formatori, psicologi, volontari, “genitori sociali”. Presto, forse, i maestri di strada avranno una sede, e sarà dedicata a Ciro Colonna, il diciannovenne ucciso da un proiettile non destinato a lui, tre anni fa, sparato dai camorristi a Ponticelli.
I Maestri di strada insistono. Cercano il dialogo con la scuola, sviluppano percorsi di co-docenza, di tutoraggio individuale, organizzano laboratori pomeridiani. «In qualche caso, diamo una mano anche per le necessità mediche». E non perdono di vista gli adulti, «perché il loro stato emotivo è di estrema importanza. Chi cura, talvolta, ha necessità di essere curato.
E non sempre se ne rende conto ». L’alleanza fra scuola e famiglia spesso salta, o non viene mai stabilita. I ragazzi demotivati rispondono con la totale apatia o con il conflitto. I metodi didattici tradizionali, in molti casi, falliscono. «Sollecitarli, fare proposte di scuola “tradizionale” il più delle volte non ha effetti. Occorre costruire qualcosa intorno a loro, coinvolgerli lentamente».
È ciò che accade stamattina. Qualcuno resta in disparte, ma i più si buttano. Amref — l’ong che da decenni lavora per la salute in Africa e sta supportando campi estivi a Roma, Milano, Napoli, Catania — ha portato nella scuola di via Argine Gamal, originario del Togo, Sena, del Benin, e Liliana, che tengono laboratori di danza e musica tradizionale dell’Africa occidentale fra Napoli, Aversa, Caserta. Educazione alla socialità, con l’accento su inclusione e integrazione.
Si parte con esercizi di risveglio muscolare, si conoscono gli strumenti — il djembe — e si prova qualche coreografia semplice. Mani, piedi, voce. Sena è in Italia da dieci anni, ha studiato qui, si è occupato di mediazione culturale. La parola migrante non la ama: «Siamo tutti esseri umani in movimento, cittadini. Dobbiamo ricordarci che ogni essere umano costretto a viaggiare perde qualcosa, e rispondere a quella sofferenza con la speranza ». Questo vale sempre. Lo pensa anche il maestro Moreno: «Nella storia italiana, abbiamo visto generazioni di poveri motivati a studiare. Avevano speranze. Chi non studia, evidentemente, le ha perse tutte ».

Comments are closed.