Open, spuntano i finanziatori “a loro insaputa”

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Open, spuntano i finanziatori “a loro insaputa”

Chi finanziava la fondazione di Renzi non ne era sempre consapevole dall’inizio
di Luca Serranò
Un documento intestato “contenimento delle tariffe e razionalizzazione del sistema autostradale italiano” con sopra un appunto manoscritto: “Da B. Gavio 30.1.14 mandato a MR 31.1.15” (probabilmente la seconda data è un errore, ndr). C’è anche questo documento, che sembra confermare l’interessamento di Alberto Bianchi per le autostrade italiane e i rapporti con un imprenditore del settore, tra quelli sequestrati dalla guardia di Finanza al legale toscano, durante le perquisizioni di due settimane fa nel corso dell’inchiesta su Open. Nelle cinquemila pagine depositate in vista dell’udienza riesame, ci sono particolari inediti sui rapporti tra gli sponsor e la fondazione che ha fatto da cassaforte all’ascesa politica di Matteo Renzi. Non sempre, per esempio, chi ha versato soldi nella fondazione era consapevole al 100 per 100 di quello che stava facendo. C’erano infatti anche finanziatori “a loro insaputa” o comunque non pienamente consapevoli della natura dell’ente e degli obiettivi perseguiti. L’assistente personale dell’imprenditrice Maria Laura Garofalo – il cui gruppo è risultato tra gli sponsor della Fondazione – davanti ai finanzieri ha detto di aver scoperto a chi fossero destinati i soldi solo al momento del bonifico. A suggerirle la donazione, sarebbe stato l’imprenditore toscano Patrizio Donnini (indagato nello stesso fascicolo d’inchiesta per una plusvalenza legata a una compravendita con il gruppo Toto). Si legge nelle carte: «Il contributo è stato richiesto da Patrizio Donnini a me in quanto ero coordinatrice delle attività del gruppo Garofalo, disse che era per finanziare le attività di una Onlus (…) successivamente sono venuta a sapere che si trattava della Fondazione Open, al momento che ho richiesto le coordinate bancarie ». E ancora: «Donnini si era presentato in veste di rappresentante della Pd consulting (una delle società dell’imprenditore toscano) e mi aveva proposto l’intermediazione per l’acquisto di una casa di cura ossia Villa della Quiete e di altre strutture sanitarie». Un’altra testimonianza confluita negli atti di inchiesta è quella del produttore cinematografico Alessandro Di Paolo, romano, che tramite un collaboratore avrebbe versato nel 2016 centomila euro. Quando i finanzieri gli hanno chiesto i motivi del contributo non ha saputo dare spiegazioni, ammettendo candidamente di aver versato i soldi senza fare alcuna domanda.
Nel complesso gran parte delle informative depositate dalla finanza si concentrano sulla rete di sponsor della Fondazione, sul ruolo del presidente Alberto Bianchi e del consigliere Marco Carrai (il primo indagato per traffico di influenze e finanziamento illecito ai partiti, il secondo solo per quest’ultimo reato). Bianchi risulta legato professionalmente a diversi sponsor della Fondazione – tra questi la British american Tobacco-, ed è in queste relazioni che gli investigatori continuano a scavare. Riguardo Carrai viene sottolineato il ruolo nella società lussemburghese Wadi ventires sca, risultata secondo i pm fiorentini «destinataria di somme provenienti tra gli altri da investitori italiani già finanziatori di Open». Ricostruzione da cui ieri Carrai ha preso le distanze: «La Wadi Ventures è stata accostata in modo sommario e fantasioso a presunte attività non chiare – ha detto – il sottoscritto non faceva parte del cda a cui è delegata la parte degli investimenti della società ma solo, per un periodo limitato, del consiglio di sorveglianza ».

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