PALIO (1939) di Eugenio Montale

Rassegna Stampa
22 Aprile 2020
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22 Aprile 2020

PALIO (1939) di Eugenio Montale

 

’…L’io lirico assiste al rito collettivo del Palio insieme alla donna veggente e magico-angelica … I due sono insieme nella Piazza (l’incontro sembra celebrare anche un loro quasi insperato ricongiungimento dopo una lunga separazione), dove li attende una folla agitata dall’intensa passione collettiva per il Palio.
Il gioco aereo delle bandiere non allevia l’espressione severa sul volto di lei: il suo sguardo preveggente è troppo consapevole della minaccia dell’imminente conflitto mondiale, di cui coglie altri indizi premonitori nel temporale che incombe sul rito senese. Ma il cielo si fa portatore anche di un messaggio positivo, perché da alcune nubi squarciate invia, in onore della donna, pioggia e sole, primi segni del legame privilegiato che la collega ad una dimensione metafisica. A questo omaggio celeste sembra quasi fare eco, in terra, il saluto dei tamburini…Intanto la figura femminile contempla dall’alto di un palco alcuni dettagli della ‘’sfilata’’. La sua presenza non è però impotente: il poeta si accorge infatti con stupore che lei ha tra le mani un oggetto magico (un anello), con cui impone ben presto il sole sulle nuvole e fa illuminare tutta la Piazza. La sua forza salvifica evoca nel soggetto un altro anelito di riscatto: è il ricordo lontano di una ‘’preghiera’’, da lui rivolta un tempo alla donna amata da una prigione buia, metafora di costrizione e atonia. Il lamento – emerso dal passato come un ‘’ritornello’’- descriveva prima il tempo felice della loro storia e poi la durissima reclusione di quel presente, segnato dalla perdita di lei. Quella miseria esistenziale si riversa e si annulla ora nella festa del Palio e nell’ebbrezza corale della corsa, che sembrano preannunciare una possibile liberazione. Spetta però alla donna, e non all’effimera vitalità del rito, il compito di riscattare l’umanità perduta. La pietra preziosa, incastonata sull’anello magico, preserva nella propria luce ‘’il giorno dei viventi’’, vale a dire quella verità difesa un tempo da un ‘umanità autentica, e capace quindi di prefigurare un futuro migliore. Verso un punto lontano dell’orizzonte, ’’oltre lo sguardo/ dell’uomo’’, si volgono allora fissamente gli occhi della nuova Beatrice. Ancora una volta, è il cielo a indicare una possibilità di salvezza, divenendo emblema di una trascendenza laica: la tensione verso l’alto della figura femminile e del poeta racchiude in sé lo slancio civile e morale di ogni esistenza necessitata ad agire e a lasciare traccia, pur nella consapevolezza dei limiti umani.
La poesia è stata composta nel maggio 1939. ‘’
(a cura di Tiziana de Rogatis, commento alle Occasioni ed. Mondadori).
Nell’immagine Grande rosso di Alberto Burri

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