Paolo Di Paolo. Così dissi addio alla fotografia

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Paolo Di Paolo. Così dissi addio alla fotografia

ROBERTO COTRONEO
A 93 anni il grande ritrattista, le cui opere sono ora esposte al Maxxi, ricorda il giorno del 1966 in cui capì che avrebbe presto appeso la sua Leica al chiodo: “Cominciava l’era del narcisismo senz’anima”. Come i nostri selfie
Henri Cartier-Bresson lo aveva detto in un’intervista alla rivista Photo. Era l’autunno del 1968, e sintetizzò in questo modo una vita intera spesa a raccontare il mondo con una macchina fotografica: «La fotografia è una forma di intelligenza». Ma questa frase non ha convinto Paolo Di Paolo a tornare sui suoi passi. Il 6 marzo di due anni prima, il fotografo più importante del Mondo, diretto da Mario Pannunzio, va in edicola e come ogni domenica compra il settimanale. Comincia a leggere l’editoriale del direttore che annuncia la chiusura del giornale.
Profondamente turbato cammina per le strade del centro di Roma, arriva in piazza San Silvestro dove ci sono le Poste Centrali e detta un telegramma: destinatario proprio Pannunzio. Il contenuto è di poche righe: «Per me e altri amici muore oggi l’ambizione di essere fotografi». Di Paolo, che ora ha 93 anni, di lì a poco smetterà progressivamente di fotografare e metterà nel cassetto la sua Leica M3. Trasferirà l’archivio e i negativi, circa 250 mila, nella sua cantina, dove rimarranno dimenticati finché la figlia Silvia li ritrova e 250 di quelle foto sono oggi esposte a Roma, al Maxxi, destando meraviglia in tutti quelli che visitano la mostra (aperta fino 30 giugno).
Questa è la cronaca. La storia è un’altra cosa ancora. Ed è una storia misteriosa. Era davvero impossibile continuare a fotografare solo perché chiudeva una testata che alle immagini aveva dato uno spazio pari a quello dei testi? O c’era qualcosa di diverso? La verità è che attraverso quelle fotografie, oggi finalmente esposte, si può capire perché un talento straordinario come Di Paolo non poteva più continuare a scattare.
Cosa accadde veramente? Aveva ragione Cartier-Bresson: «La photographie est une intelligence»: e l’intelligenza fotografica ti dice come il paese, e come le persone, stanno cambiando. E forse quel telegramma così netto, nitido almeno quanto le sue immagini, anticipa di molto quello che da lì a poco sarebbe davvero accaduto.
Non solo un mutamento sociale profondo che avrebbe portato il paese lontano dalle autenticità raccontate da Paolo Di Paolo. Ma anche la consapevolezza che già da allora non sarebbe più stato possibile mostrarsi all’obbiettivo per come si era veramente.
La mostra di Paolo Di Paolo ha una sezione importante con ritratti di scrittori, poeti, artisti, attori, politici. Sarebbe ingenuo dire che sono del tutto autentici nel mostrarsi al fotografo. Non è questo il punto. Il punto è che sono privi di quel narcisismo che da lì a poco avrebbe tolto anima agli sguardi e avrebbe reso le espressioni tutte uguali. Per usare un termine caro a un amico di Paolo Di Paolo, Pier Paolo Pasolini, non si era ancora arrivati a una sorta di omologazione interiore. A quel farsi ritrarre per come si deve essere, a quel mostrarsi pensosi senza pensiero, ammiccanti senza la consapevolezza del gioco seduttivo. A un certo punto si è deciso di dimenticare se stessi per aderire a uno schema visto mille volte e che vale per tutti, persone celebri e uomini comuni: la ricerca di uno sguardo che non è il proprio, che non è di nessuno.
Invece se osservate i ritratti di Paolo Di Paolo trovate le facce vere, uno spessore umano, una consapevolezza di non poter mentire che non è dell’obbiettivo fotografico, ma è di un tempo che non conosceva il narcisismo dilagante che oggi, nella sua ultima evoluzione, è intollerabile.
Eppure erano tutti uomini e donne capaci di piacersi e di sapersi protagonisti del loro tempo: da Carlo Emilio Gadda ad Alberto Moravia, da Lucio Fontana a Bruno Munari, da Giuseppe Ungaretti a Tennessee Williams, da Giorgio De Chirico a Oriana Fallaci; e poi, certo, Marcello Mastroianni, Federico Fellini, Anna Magnani, Sophia Loren, Charlotte Rampling, Vittorio De Sica. E ancora Gian Carlo Pajetta, Umberto II di Savoia, Giovanni Leone, Aldo Moro. E su tutti loro: Pier Paolo Pasolini, ritratto molte volte, anche sul set dei suoi film.
Tutti messi uno di seguito all’altro: tutti egocentrici, consapevoli del loro ruolo e della loro importanza, celebri e fieri della celebrità.
Eppure non abbastanza da barare, non abbastanza da immaginare una messa in scena di loro stessi.
Pronti a mostrarsi dentro un’unicità alle volte anche sgraziata, alle volte intima, quando l’intimità diventa una resa, una «ricchezza modesta» eppure fiera, come l’avrebbe definita T.S. Eliot. Cosa stava accadendo perché Di Paolo, in modo repentino e misterioso, decidesse di abbandonare quella che prima di ogni cosa fu la sua grande passione? Cosa aveva intuito per decidere di prendere una decisione così netta, che lo portò a dichiarare finita la fotografia giornalistica? A dire il vero i giornali in quel tempo c’erano ancora. L’Espresso era ancora in formato lenzuolo e dava spazio alle foto, e anche Epoca faceva la stessa cosa. Lo spazio per le immagini insomma non mancava come invece sarebbe accaduto da lì a pochi anni. Ma quella forma di intelligenza che è la fotografia sa leggere quello che persino la pellicola e l’obbiettivo non sono in grado di vedere.
Leggere attraverso il tempo.
Vedere il cambiamento dagli sguardi, e dagli sguardi intuire che saremmo diventati un altro paese.
Alcuni di quei soggetti ritratti da Di Paolo sono ancora vivi oggi.
Altri se ne sono andati, ma molti anni dopo. Eppure niente sarebbe stato più lo stesso: «Il mondo stava cambiando», mi dice oggi Di Paolo, «quello snobismo vero, eppure autentico, quella cultura profonda stava per essere sostituita da qualcosa di superficiale che non ero più capace di riconoscere».
Spesso ritrae personaggi che non conosce ma che poi diventano amici: non si tratta soltanto di posare davanti all’obbiettivo, ma di parlare con un uomo che ha in mano anche una macchina fotografica. Quello è il suo modo di fare questo mestiere. Un modo che alle volte lo fa decidere di non pubblicare alcuni dei suoi scatti (ad esempio Pier Paolo Pasolini sulla tomba di Antonio Gramsci).
Un giorno Paolo Di Paolo va da Charlotte Rampling, è il 1966, non si salutano neanche, non si dicono una sola parola. Siede davanti a lei e scatta solo tre volte. Resta pochi minuti. Quella foto è oggi tra quelle esposte: in quegli occhi intensissimi della Rampling e nella posa, c’è quella che oggi riconosciamo come la nuova modernità. Ed è un’altra storia, un altro mondo, diverso. Passano un paio di mesi e Di Paolo manderà quel telegramma a Pannunzio: da quel momento rimpiangerà quel “Mondo perduto. 1954-1968” (così si intitola la mostra) che aveva saputo raccontare come pochi altri. E lo farà con un sogno ricorrente, che lui stesso mi ha confessato: «Per molto tempo ho fatto lo stesso sogno. Riprendevo la macchina fotografica, la mia prima Leica, quella che avevo comprato a rate, e provavo a scattare: ma il pulsante non scendeva. Angosciato mi svegliavo». Quel pulsante inceppato è un po’ la metafora del paese, di quello che forse non siamo riusciti a diventare.
In pagina una serie di scatti di Paolo Di Paolo , esposti al Maxxi di Roma.

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