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Pd, l’ombra di Renzi sui candidati

federico geremicca

Un primo candidato dichiaratamente renziano e circondato da renziani non pentiti. Un secondo candidato ufficialmente antirenziano, accompagnato – però – dalla prima linea dei governi Renzi e Gentiloni. Un terzo candidato un po’ qui un po’ lì, ma è stato vice di Renzi e ha come consiglieri due fedelissimi dell’ex premier. Renzi ovunque, dunque: mentre lui finge di snobbare la sfida, non dice per chi voterà e preferisce tenere – come si diceva al tempo – le mani libere per il dopo. Non un gran favore, insomma, al suo partito.

Giachetti, Zingaretti e Martina – il candidato della terra di mezzo – sanno perfettamente che chiunque sarà il vincitore delle primarie del 3 marzo avrà proprio in Matteo Renzi il primo problema da affrontare. E nel confronto tv andato in onda ieri su Sky questo è emerso con chiarezza: il metro più sicuro per valutare le differenze tra i tre candidati, infatti, è parsa proprio la distanza (o la vicinanza) dall’ex premier. E dunque, dire che queste primarie potrebbero esser anche lette come un altro referendum su Renzi, è forse esagerato: ma questo elemento certo peserà.

Ma c’è anche dell’altro emerso con nettezza: al di là del giudizio proprio sugli anni dei governi Renzi e Gentiloni, fra i tre candidati non vi sono grandi differenze di linea né in politica interna (no ad alleanze con i Cinquestelle), né in materia di lavoro (no alla reintroduzione dell’articolo 18) e neppure per quel che riguarda l’Europa. Eppure il «candidato renziano» (Giachetti) non ha nascosto propositi scissionisti se il Pd riaprisse le porte a D’Alema e Bersani: giusto a dire delle tensioni e dei rancori che ancora segnano il campo dei democratici.

Nicola Zingaretti ha già vinto la consultazione nei circoli Pd ed è dato per favorito anche alle primarie. Sul suo successo aleggia però un fantasma: il non raggiungimento della maggioranza assoluta dei voti nei gazebo. Questo affiderebbe agli eletti nell’«Assemblea nazionale» il compito di scegliere il nuovo segretario, riaprendo molti (e oscuri) giochi. Proprio per questo, i tre candidati potrebbero impegnarsi in anticipo a non rovesciare il risultato del voto di iscritti e simpatizzanti: operazione, per altro, assai simile a un suicidio politico.

Comunque vada, una questione politica – prima di ogni altra – sarà subito di fronte al futuro segretario: come affrontare le ormai non lontane elezioni europee. Le vie per ora ipotizzate sono due: aprire le liste del Pd ad associazioni e società civile oppure dar vita ad un listone senza il simbolo del partito e fondendosi – di fatto – con movimenti civici e politici. Si tratta di scelte che portano in direzioni molto diverse. La prima significherebbe tentare di correggere la rotta senza cambiare nave; la seconda potrebbe rappresentare il primo e fondante passo verso qualcosa di totalmente nuovo. Il modo più indolore, in fondo, per dire addio al Pd.

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