“Per fare arte politica ci metto il corpo”

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“Per fare arte politica ci metto il corpo”

La performer guatemalteca presenta a Roma un’opera sulle migrazioni “La Abramovic? Non mi sento vicina a nessuna donna del primo mondo”
di Stefania Parmeggiani
ROMA
ono un’artista e ho una coscienza politica». Regina José Galindo sorride, ma il tono è fermo. Non ammette repliche. Che nessuno la definisca “artivista”, anche se, da vent’anni, instancabilmente, utilizza il suo corpo per denunciare l’orrore della guerra civile in Guatemala, la violazione dei diritti umani e della dignità delle donne, le implicazioni della violenza sociale e delle ingiustizie. Anche se nelle sue performance accusa il potere, il concetto di alterità e la presunzione occidentale, quello che le interessa è venire riconosciuta come artista visuale e poetessa. Il resto sono solo etichette. Vincitrice nel 2005 del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia con il video di un intervento di imenoplastica effettuato sul suo corpo, Regina ha fatto di tutto: si è immersa in una vasca di acqua fredda trattenendo il fiato fino a sentirsi male, si è avvolta in un sacchetto di plastica e si è gettata in una discarica di Città del Guatemala, si è incisa sul corpo la parola perra (cagna) come facevano i soldati che praticavano gli stupri etnici, incinta di otto mesi si è incatenata al letto utilizzando dei veri cordoni ombelicali, nella stessa posizione in cui erano legate e torturate le donne indigene perché abortissero, ha immerso i piedi in un catino pieno di sangue, si è autofustigata, denudata, anestetizzata ed esposta agli sguardi del pubblico… Eppure, tutto questo non è solo politica o atto di denuncia. È poesia, immagini e parole che attingono alla tradizione delle pratiche sciamaniche di guarigione e ai rituali religiosi, è un lungo filo rosso che unisce il suo primo atto psicomagico – gridare poesie al vento appesa a un arco in abito da sposa – all’ultimo progetto, Lavarse las manos , performance che si svolgerà questa sera a Roma, nelle sale della Real Academia de España, e mostra – a cura di Federica La Paglia – che si inaugurerà negli stessi spazi il 13 dicembre.
Perché rifiuta di definirsi “artivista”?
«Non mi piace questo termine, ammiro artiste come Tania Bruguera che lo rivendicano, ma io sono un’attivista ogni giorno della mia vita. Poi è inevitabile che la mia coscienza politica si rifletta in quello che faccio».
È stata paragonata ad artiste come Marina Abramovic…
«Massimo rispetto, ma non mi sento vicina a nessuna donna bianca del primo mondo. Il mio lavoro è direttamente collegato a ciò che sono: una donna, latino-americana, guatemalteca».
Il suo corpo è centrale in molti dei suoi lavori. Pensa di essere
vulnerabile?
«No. Non sono una donna vulnerabile. Ho ascendenze Maya e nessuna donna Maya lo è. Sono autonoma, sovrana e indipendente e questo grazie al mio lavoro, al riconoscimento ottenuto alla Biennale di Venezia e all’appoggio della mia galleria. Il mercato dell’arte mi ha permesso, come diceva Virginia Woolf, di avere una stanza tutta per me, indipendenza economica e quindi intellettuale».
L’intolleranza alle ingiustizie nasce dalla sua storia personale?
«Quando cresci in un Paese come il Guatemala negli anni della guerra e del genocidio, quando sei circondata dal negazionismo, quando vivi una nuova ondata di violenza e vedi i paesi colonizzatori continuare a massacrare persone e terra, è inevitabile aprire gli occhi e maturare una chiara idea di lotta sociale».
Nel 2003 ha immerso i piedi in un catino di sangue attraversando Ciudad de Guatemala per protestare contro la candidatura alla presidenza dell’ex dittatore Efraín Ríos Montt. Come hanno reagito le persone?
«Vedevano le impronte e capivano… Il sangue è un simbolo universale e anche il dolore. Il problema non è la reazione della gente, ma quella delle istituzioni e delle imprese, le critiche che arrivano da chi detiene il potere e che spesso suonano come una minaccia».
Non ha mai pensato di lasciare il Guatemala?
«Moltissime volte, soprattutto per dare la possibilità a mia figlia di vivere in un Paese libero e sicuro, ma non è facile ottenere i documenti.
Qualche anno fa provai in Germania, richiesta respinta».
Perché si occupa di migrazioni?
«Ho iniziato ad occuparmi del tema in Guatemala. Ho lavorato sulla carovana dei migranti e sui centri di detenzione dei centroamericani in Texas. Missing Forever è incentrato sulle cinque morti di bambini migranti guatemaltechi che hanno perso la vita all’interno dei centri di detenzione controllati dalla pattuglia di frontiera degli Stati Uniti. Poi ho pensato di indagare lo stesso fenomeno in altri contesti. Il progetto Cuestiones de estado , di cui Lavarse las manos fa parte, mette i visitatori di fronte alla vita degli altri, pone interrogativi sulla normalità dell’indifferenza, sul pregiudizio e il paternalismo».
Ad esempio?
«In Spagna incontro persone che mi dicono di non avere colpe per quel che accade nel mio Paese. È vero, non hanno colpe dirette per quel che sta accadendo adesso, ma sono 500 anni che vivono un privilegio sulla nostra pelle».
Pensa che l’arte possa cambiare il mondo?
«Qualche anno fa avrei risposto di no. Oggi penso che possa aiutare ad avere consapevolezza. E la consapevolezza è necessaria quando si esercita il diritto di voto. I latinos che hanno votato Trump cosa pensavano? Non credo che si rendessero conto di quello che sarebbe accaduto. E gli americani? Con loro non mi appello neanche più all’empatia, ma all’egoismo.
Se non sono interessati ai bambini detenuti nei campi di Trump che almeno sappiano che i costi li pagano loro».
È sempre così arrabbiata?
«Sì, ma l’arte mi permette di prendere tutta questa rabbia e di trasformarla in qualcosa di positivo».

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