Quei «famosi» anni Ottanta, tra filosofia e immagini

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Quei «famosi» anni Ottanta, tra filosofia e immagini

Per capire cosa sono stati i luccicanti e odiosi Eighties, basterebbe guardare con attenzione una foto nella quale è ritratto Massimo Cacciari che accompagna Mara Venier al carnevale di Venezia, indicando, con il braccio teso e l’indice puntato qualcosa che sta fuori dal quadro, sulla sinistra rispetto a chi guarda: sarà, probabilmente, quella sinisteritas, quel concetto ormai inutile e inservibile, che proprio in quegli anni il nostro, abbracciata la Krisis, mandava in soffitta, ovvero al di là della scena, fuori dal quadro. Gli anni Ottanta sono stati questo, la fine di quella Sinistra nata con la Rivoluzione francese, e la reinvenzione del passato riattualizzato in un pastiche postmoderno, proprio come quel carnevale veneziano che a dispetto della credenza più diffusa è un’invenzione che risale al 1979, in coincidenza, non a caso, con quel Teatro del Mondo realizzato nello stesso anno da Aldo Rossi, a pochi mesi dall’inaugurazione della Biennale di Architettura che celebrava la Presenza del passato.

LA FOTO è parte di una serie di gigantografie allestite da Francesco Vezzoli per la mostra Party Politics (a Roma alla Fondazione Giuliani, fino al 19 luglio). Con la collaborazione di Filippo Ceccarelli, autore di tutte le didascalie che accompagnano le foto, Vezzoli ripercorre gli anni in cui si consuma il cortocircuito tra spettacolo e politica, e il socialismo si fa Pop: Pertini e Sandra Milo, Andreotti e la Carrà. Giuliano Ferrara e Moana Pozzi, De Michelis e Tinto Brass, Cicciolina e il Parlamento, Bettino Craxi e il Partito, sono altrettanti protagonisti di una trasformazione antropologica che decreta la fine di un mondo e allo stesso tempo annuncia già ciò che sarebbe venuto di lì a quarant’anni: il glamour della mondanità trasformato nel fascino dell’antipolitica e del populismo social più retrivo. Un’autobiografia per immagini, per un’epoca fatta di immagini che non rimandano ad altro che a sé stesse, e che quindi non si può raccontare se non attraverso un prodigioso montaggio di simulacri. Un decennio, quello degli Ottanta, che ormai compie quarant’anni, e probabilmente anche per questo inizia a suscitare sempre più interesse: perché è lì che siamo diventati quello che siamo oggi.

Come dimostra l’ultimo saggio di Tommaso Ariemma sulla Filosofia degli anni ’80 (Il melangolo, pp. 64, euro 5) che a partire dalla copertina – una musicassetta da 60 minuti – ricostruisce l’epoca in cui il bene si è identificato con la merce, l’essere è diventato leggero, la realtà, così come l’avevamo fino ad allora conosciuta, è iniziata a tramontare, o meglio si sono moltiplicati i piani di realtà sempre più virtuali. Ha ragione Ariemma a insistere sull’«auracità» della merce che da allora segna la fine della dialettica valore d’uso/valore di scambio, e diventa piuttosto una forma di vita, un’identità alla quale il consumatore aderisce in pieno. E ha ragione a identificare gli anni Ottanta con la fine dell’idea che il colpevole si possa smascherare e la verità si possa svelare, così come pensavano i maestri del sospetto, e quindi con la proliferazione esponenziale del sospetto su tutto il piano del reale.

LA FINE DELLA METAFISICA, in poche parole, determina la fine dell’idea che ci sia un cielo da far cadere sulla terra, perché questo è già caduto da sempre e il reale è una superficie unica. Ma questa superficie non è liscia né pacificata, su questo probabilmente non si insiste abbastanza, è invece attraversata da pieghe e conflitti che ne determinano la natura striata sulla quale si sviluppano le lotte e i conflitti. E non siamo d’accordo con Ariemma quando dice che «gli anni Settanta erano stati anni di sangue». Un riduzionismo, questo, che non permette di vedere come invece gli anni Ottanta, per dirla con Paolo Virno, siano stati un ’77 rovesciato, ovvero la messa a valore, da parte dell’economia neoliberista, proprio di quelle attitudini creative e lavorative nate nei movimenti degli anni Settanta.

SE NON SI CAPISCE questo non si capisce come l’epoca della sussunzione reale della società sotto il Capitale – anche così possiamo definire gli anni Ottanta -, sia stata la risposta alle lotte di una generazione per la liberazione dal lavoro, e quindi non si capisce come a essere produttrice di realtà, anche adesso, sono sempre le lotte per una vita più libera e felice. Vivere alla fine del mondo, come recita il sottotitolo del libro, significa vivere in una transizione dove il conflitto non è scomparso, ma si è moltiplicato all’infinito.

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