Quell’Antonello riunito

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Quell’Antonello riunito

Una mostra, come quella bellissima in corso in questi giorni a Palazzo Reale di Milano e dedicata all’immenso Antonello da Messina — va a chiudersi il 2 giugno, è curata da Giovanni Carlo Federico Villa e merita il viaggio in treno di un’ora e 45 minuti da Firenze — è una miniera di storie nella storia più grande che è quella dell’artista a cui è dedicata. Quindi, pur senza aggiungere nulla a quanto è stato già detto e scritto su questo appuntamento di importanza storica oltre che estetica — di Antonello, per secoli, poco si è conosciuto visto che le opere sue e i documenti a esse riferiti sono stati travolti dai frequenti terremoti cui la sua città e quella parte di Sicilia sono state soggette — un servizio a chi la andrà a visitare val la pena di farlo. Riguarda un’opera tra le tante esposte in quel percorso espositivo, così straordinario. Un’opera che chiama in causa gli Uffizi.

Nel bel catalogo edito da Skira la si trova, accompagnata da scheda al numero 11. È il cosiddetto Polittico di Firenze raffigurante la Madonna con bambino e due Angeli reggicorona , il San Giovanni Evangelista , e il San Benedetto . Tutte e tre provengono dagli Uffizi ma, mentre le prime due fanno parte del patrimonio permanente delle Gallerie fiorentine, l’ultima, il San Benedetto , sarà in deposito qui a Firenze fino al 2030, poi tornerà a Milano a cui in cambio il nostro museo ha «prestato» la Madonna con bambino e un angel o di Vincenzo Foppa perché fosse esposta nella Pinacoteca del Castello Sforzesco. Non un gioco di scambi fine a se stesso ma un modo per riunire un’opera che, solo all’inizio degli anni ’80, è stata interamente attribuita ad Antonello come un unicum da Carlo Volpi (un’attribuzione che non pubblicò a causa della sua morte) e poi riconosciuta e presentata alla critica da Federico Zeri nel 1995.

Ricostruirne l’incastro e la storia, la sua genesi e l’evoluzione della sua attribuzione, è stato ed è ancora farraginoso ma al contempo entusiasmante e se lo abbiamo fatto è stato grazie alla consultazione del capitolo di un libro che nel 2002 fu curato da Antonio Paolucci e Cristina Acidini. Antonello agli Uffizi: un acquisto dello Stato per il riscatto dell’eredità Bardini (Giunti Editore), s’intitolava quel libro — e tra poco capiremo il perché del riferimento al grande collezionista — mentre il capitolo che interessa a noi era firmato da Fiorella Sricchia Santoro e s’intitolava Dalla Sicilia agli Uffizi, storia e problemi di un Antonello ritrovato . Grazie a lei e al suo racconto puntuale veniamo a conoscenza dell’intuizione di Carlo Volpi. «Fu vent’anni fa a Roma — scriveva la Sricchia Santoro — durante un’interruzione di un’animata seduta di un concorso universitario, che il compianto Carlo Volpi mi fece amichevolmente cenno di volermi mostrare qualcosa di interessante. Tirò fuori dalla borsa le fotografie di tre tavole in parte velinate e di particolari delle stesse già emersi da un parziale restauro che non lasciavano dubbi sull’autore come Volpe, aveva già ovviamente bene inteso: pur gravemente deturpati da rozze ridipinture apparentemente settecentesche, nelle parti già recuperate i dipinti si rivelavano indiscutibilmente di mano di Antonello».

Quelle tre tavole, seppur velinate e ritoccate, celavano il viso di quella Madonna pensosa il cui figlio quasi si aggrappa al suo collo e al suo velo e ancora i due santi, il San Giovanni Evangelista e il San Benedetto , posti di tre quarti — quest’ultimo quasi sicuramente un ritratto, uno dei celebri ritratti di Antonello, data la forte connotazione dei tratti del viso nello sguardo severo e nel naso rivolto all’ingiù. La consacrazione come opere dell’artista di Messina sarebbe arrivata in seguito da Federico Zeri.

Le tre opere adesso riunite grazie alla collaborazione tra Firenze e Milano sarebbero state eseguite da Antonello prima della partenza per Venezia, dove la presenza dell’artista è documentata tra il 1475 e il 1476. Ma se la datazione, che fa luce sull’ultimo Antonello, è certa quello che non è stato chiarito è per quale committente lo stesso lo avrebbe eseguita. Di più di questo polittico a oggi non è dato sapere. Quello che resta per noi interessante è conoscere però come sia venuto in possesso delle nostre Gallerie. Fu nel 1996, quando Antonio Paolucci era ministro dei Beni Culturali, che le due tavole con la Madonna con bambino e il San Giovanni Evangelista furono acquistate per essere portate agli Uffizi, ed è qui che entra in campo l’eredità Bardini. Quell’acquisto fu reso possibile in forza di quanto aveva lasciato scritto nel suo testamento Ugo Bardini, figlio di Stefano: «Nomino mio erede universale — si leggeva — il Governo italiano e precisamente il Ministero della Pubblica Istruzione con l’obbligo di destinare l’intera somma ricavata dalla vendita di tutti i miei beni all’acquisto sul mercato mondiale di una — o al massimo due — opera d’arte di pittura o scultura di eccezionale importanza e di epoca non posteriore a tutto il secolo decimo sesto. L’opera acquistata — o le opere — sarà destinata alla Galleria degli Uffizi se di pittura; al Museo Nazionale del Bargello o ad altra galleria o museo dello Stato in Firenze se di scultura con vincolo perpetuo di intrasferibilità da Firenze». Contestualmente Milano acquistava il San Benedetto : il resto, il ricongiungimento temporaneo agli Uffizi e ora l’esposizione a Palazzo Reale a Milano sono affari di questi giorni.

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