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Retromarcia sui diritti delle donne

flavia perina  

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Dopo la stagione dei diritti delle donne sembra arrivato il momento del riflusso, della possibile rivincita di un certo tipo di diritti maschili che credevamo superati dalla Storia. Sono proposte circondate da un alto consenso. Sono una delle frontiere della nostra campagna elettorale permanente. Sparare a chi ti entra in casa. Frequentare liberamente un bordello. Esercitare l’antica auctoritas della patria potestà, archiviata nel ’75 e ora riproposta dal disegno di legge di Simone Pillon che consente di sottrarre alla madre i figli che fanno i capricci per incontrare il padre separato (e magari manesco).

C’è un mondo intero dietro questa visione della vita, delle relazioni, delle prerogative personali, ed è ovviamente il mondo degli uomini – di un certo tipo di uomini – e dei loro interessi. Patriarcato di ritorno, dicono le femministe, ma forse è un’etichetta esagerata poiché, al momento, l’intento principale non sembra quello di restaurare vecchi assetti bensì il desiderio di intercettare la simpatia del Merlo Maschio quintessenziale che anima una fascia dell’elettorato italiano.

La sezione leghista di Crotone ha stilato in proposito un manifesto tanto ingenuo quanto definitivo prendendo di petto direttamente l’autodeterminazione della donna: sostenerla, scrivono, «suscita un atteggiamento rancoroso e di lotta nei confronti sull’uomo». La sconfessione di Matteo Salvini («Non ne sapevo niente e non ne condivido alcuni contenuti») lascia intendere che la situazione sia sfuggita di mano pure a lui e che a forza di titillare le fantasie del Merlo Maschio abbia aperto un vaso di Pandora difficile da richiudere. Dal diritto al postribolo al «donna schiava zitta e lava» il passo è breve e potenzialmente catastrofico: la Lega, soprattutto al Nord, ha un elettorato femminile largo ed emancipato che potrebbe cominciare a stufarsi.

E tuttavia, fatti salvi gli incidenti di percorso e gli eccessi dei militanti più solerti e stupidi, i desideri e le nostalgie del maschio sembrano il tema del momento. C’è una classe anagrafica precisa al centro di questo tipo di attenzioni ed è quella elettoralmente più significativa, il bacino tra i 45 e i 65 anni, che esprime la maggiore propensione al voto in un’Italia da tempo trafitta dall’astensionismo con grave preoccupazione dei partiti. Sono una ventina di milioni di persone e sono loro a fare il risultato quando si aprono i seggi. In questa rilevante enclave il voto degli uomini è più importante di quello delle signore per motivi numerici: in quella fascia d’età la voglia di votare delle donne si riduce e lo scarto di genere nella partecipazione politica raggiunge quote molto alte. Alle ultime Europee, secondo uno studio commissionato da Eurobarometro, siamo arrivati al 4 per cento di differenza.

La caccia al voto dei sessantenni, insomma, è il vero sottotesto del momento. Deve preoccupare? Senz’altro sì come fenomeno culturale, un po’ meno sotto il profilo pratico perché è difficile immaginare che l’Italia possa fare passi indietro sulla libertà femminile, sui diritti delle madri separate e dei loro bambini oppure sulla legge Merlin (blindata, ieri, da un verdetto della Corte Costituzionale). Anzi, magari la tendenza Merlo Maschio indurrà la politica a tornare a occuparsi dell’elettorato femminile, piuttosto sconcertato, e ad ascoltarne le richieste. Sarebbe ora.

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