Se cinquant’anni di ibernazione generano un paradosso

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Se cinquant’anni di ibernazione generano un paradosso

Sono solo un centinaio di pagine quelle che compongono Risuscitato! (pp.122, euro 10, in libreria dal 16 luglio), racconto di Marc Augé ora tradotto in italiano per Raffaello Cortina editore. Ma sono pagine avvincenti, in cui farsa e riflessione proseguono solidali, in un’alchimia degna della migliore tradizione umoristica. Un umorismo puntuto, quello di Augé, in cui la leggerezza non è superficialità, e il sorriso ha un sapore amaro.

GIÀ ALCUNI ANNI FA, Augé ci ha abituati a un’esperienza analoga, con Le tre parole che cambiarono il mondo, in cui a irrompere nel silenzio, pregno di attesa del mondo intero, erano le parole disincantate e disperate del Papa: «Dio non esiste!». In Risuscitato!, il corso della storia viene scosso dal fulmine di una resurrezione: nei piani interrati della Salpêtrière, un uomo torna in vita dopo cinquant’anni di ibernazione. Morto nel 1978, Bernard Robert dona il proprio corpo a una ricerca che, immagina Augé, già in quel tempo sta progredendo nel settore della criogenizzazione. La procedura cui il corpo esanime viene sottoposto è ancora sperimentale e la fretta maldestra con cui si decide di ibernare il morto non mancherà di generare, al risveglio, nel 2028, qualche grattacapo legale.

SITUAZIONI PARADOSSALI, così, si intrecciano a una riflessione penetrante sulla velocità con cui progredisce la scienza, e sull’incertezza con cui una politica di respiro sempre più corto, quasi affannoso, la rincorre, rivelandosi inevitabilmente inadeguata. Manca di fantasia, di visione lunga il pensiero politico, che spesso è immaginato dover essere innovatore e invece è goffamente in ritardo. Augé descrive un Macron del futuro tutto preso a sorridere ai fotografi quando incontra il risorto.

NELLA SCENA fantascientifica tratteggiata da Augé, i paradossi non smettono di sommarsi. Nel futuro, accanto a una politica e a un diritto imbarazzati, si colloca una figura clericale dall’insolito spirito progressista, che accoglie di buon grado – ma chissà quanto sinceramente e quanto invece opportunisticamente – questo balzo gigantesco della scienza: turbinose esegesi permettono di sorridere a questa risurrezione, cogliendola come occasione per riflettere sulla vita, sull’accesso a simili prestazioni per tutti o per una ristretta élite. Sembra quasi più sincero il sorriso del prete che quello del politico, mentre la stampa rincorre lo scoop succoso, presto condito da particolari di gossip.

E FORSE IL PRETE dalle parvenze progressiste ci ha preso. Il libro gioca sulla confusione fra uno «ieri» prossimo e uno «ieri» di mezzo secolo fa, che tuttavia rimane tale per chi ha trascorso gli ultimi cinquant’anni in un sonno di ghiaccio. Il lettore è costretto a chiedersi il significato di quell’oblio così simile al nulla parmenideo; la domanda che, fin dall’alba dei tempi, ha attanagliato ogni uomo in merito all’aldilà, si riconfigura coinvolgendo tutto ciò che non è definibile vita cosciente, perfino i miliardi di anni che hanno preceduto la nascita dell’individuo, non meno angoscianti di quelli che ne seguiranno la morte. E poi, è davvero di individualità che si tratta? O non è questa una nozione moderna, da ripensare spogliando l’io di un narcisismo unico in natura?
Un beninteso senso di scienza, liberato da ogni insulso scientismo, come e più di ogni altra espressione dello spirito umano può metterci di fronte a condizioni inedite, rispetto alle quali filosofia, antropologia, politica faranno bene a tenere il passo, con disincanto e fantasia, pena lo sfumare di domande angoscianti, ma insite nella stessa natura umana, sacrificate sull’altare di un’asfissiante quotidianità.

il manifesto ilmanifesto.it

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