Se per assumere si chiede ancora: “Ma lei è incinta?”

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Se per assumere si chiede ancora: “Ma lei è incinta?”

Ancora oggi sul corpo delle donne, l’unico che possa dare la vita si gioca l’eterna battaglia del controllo e del potere. È sempre stato così nella storia e forse sempre lo sarà, come ci ha dimostrato splendidamente Margareth Atwood che nel 1985 ha scritto “Il racconto dell’ancella”, (The Handmaid’s Tale, il titolo originale), da cui è stata tratta una superba serie con protagonista Elisabeth Moss.

Si immagina un futuro mondo nel quale un disastro radioattivo ha devastato la terra. La maggioranza degli uomini e delle donne è diventata sterile, (solo di quest’ultime, però, si può dire). L’umanità è ormai incapace di perpetrare la propria specie. Al potere è assurta una setta teocratica: la Repubblica di Galaad al cui vertice ci sono i Comandanti. Gli Angeli rappresentano la milizia armata, deputata a mantenere l’ordine, gli Occhi sono gli agenti segreti che controllano ogni cosa segua l’ortodossia. Maschi tutti. È un mondo questo fatto di pulizia e incenso, di cappe calde e coprenti, di bocche piene di frasi in cui Dio viene costantemente masticato, di stanze per signori, di torte fatte in casa, di sigari maschi, di donne che prodighe indossano crocchie perfette o cuffie che hanno le ali ma che invece di volare fanno sprofondare nell’Ade. Un mondo di cartapesta composto da colla e sangue, che mi fa pensare a quella mostruosa opera della propaganda nazista che fu il ghetto di Theresienstadt, in cui nell’estate 1944, tutto venne splendidamente ripulito, giusto in tempo per girare un documentario che mostrasse la bellezza della vita dei deportati e cancellasse le false voci degli orrori subiti dagli ebrei. Il titolo doveva essere “Il Führer regala una città agli ebrei”. Vennero scartati i magri, i malati, mentre tutti gli altri furono lustrati, pettinati, vestiti per recitare un inno alla gioia: le bambine mangiavano con le gote gonfie, e gli uomini e le donne allegramente lavoravano in sartorie e in falegnamerie. Venne addirittura creato un campo di calcio per una finta partita con finti giocatori, con un pubblico ancora più finto che faceva il tifo. Alla fine delle riprese furono tutti deportati ad Auschwitz. Le donne, nel romanzo della Atwood, in questo mondo partorito da maschi, non sono più esseri umani. Ma otri. Non hanno più accesso ai propri beni, perché non posseggono più nulla, non possono lavorare, non possono avere un’istruzione, non possono leggere. Secondo un’aberrante interpretazione delle Sacre Scritture, esse hanno valore solo se in grado di procreare. Le donne fertili vengono chiamate Ancelle. Le restanti sono serve, o Zie, equivalenti delle monache, o se troppo vecchie anche per lavorare, Non donne, e quindi da eliminare. Il romanzo è narrato da Difred, un’ancella. “Difred” sta per “di Fred”, perché fin dal nome, esse devono essere impregnate dal Comandante a cui sono asservite. Nessuna di loro ha diritto a un’identità, questa non serve. Le ancelle vengono mutilate, bruciate, vengono cavati loro gli occhi, tagliate le mani, le dita, le gambe, perché tutto questo, secondo una cristallina logica, non influisce con lo sputare fuori bambini. E quando questi arrivano, sono il frutto di quella che viene detta Cerimonia, il momento in cui l’Ancella, nel suo periodo fertile viene abusata sul letto padronale dal Comandante mentre la di lui moglie le tiene stretti i polsi, in un atto che non è bestiale. Ma umano, tutto. E le creature, venute al mondo, non saranno mai delle mamme che in questa miseria li hanno cullati nelle loro acque preziose. No. Perché esse non sono che involucri di pelle e i sentimenti non sono contemplati. “Non ci dev’essere il più piccolo appiglio per l’amore. Noi siamo dei grembi con due gambe, nient’altro: sacri recipienti, calici ambulanti”. Zia Lydia, la tremenda istitutrice parlando alla protagonista le spiega: “Siete una generazione di transizione. Per voi è più difficile. Sappiamo che da voi si attendono dei sacrifici. È duro subire l’oltraggio dagli uomini. Per quelle che verranno dopo, sarà più facile, perché accetteranno il loro dovere con cuore volonteroso. Non diceva: perché non avranno ricordi. Diceva: perché non vorranno cose che non possono avere”.

È questo un racconto distopico o, forse, in esso si possono riscontrare i lineamenti di un futuro prossimo o addirittura di un presente infido? Di un mondo che non si discosta poi tanto da quello in cui viviamo? Sono solo domande quelle sul modulo? Forse no. Ogni aberrazione mostrata nel romanzo ha avuto un autentico precedente storico come la stessa Atwood ci ha raccontato: “Ciò che turba è che, in mezzo alle invenzioni che possono essere quelle di un romanzo di fantascienza, si coglie sempre il fondo di qualcosa di potenzialmente vicino a noi, dalla misoginia ai tentativi di controllo sul corpo della donna. Dio è nei dettagli, dicono. Così è il diavolo”. “Sembravano in grado di scegliere. Anche noi sembravamo in grado di scegliere, allora. Eravamo una società che moriva per la troppa libertà di scelta”.

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