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Stato asociale.

il caffè
E piche, a modo loro, le immagini della signora bolognese che parla a una falange di poliziotti in tenuta antisommossa durante lo sgombero di un centro sociale. La signora è una piccola commerciante, che né nell’abito (pulito) né nel linguaggio (chiaro) tradisce parentele con i radical chic o con i ragazzi del centro, che continuano a esprimersi nello stesso italiano sociologico e indecifrabile dei padri sessantottini. La donna si rivolge con rispetto, quasi con dolcezza, alla parete di poliziotti mascherati dietro scudi e visiere. E sciorina loro un breve trattato di buonsenso metropolitano. La città, dice, brulica di aree in cui imperano lo spaccio e il degrado: perché, invece di andare là, siete venuti qui a cacciare chi ha trasformato un rudere in un punto di incontro del quartiere, con il doposcuola per i bambini, il dormitorio per i senzatetto, le lezioni di italiano per i migranti, la pizzeria biologica e il mercatino? Oltre la signora, molti altri residenti sono scesi in strada e tra loro si contavano più pensionati che bolscevichi. Del centro sociale non difendevano le idee, che probabilmente ignorano, ma il ruolo. E si chiedevano se fosse davvero indispensabile cominciare la bonifica dei mali del mondo proprio da chi, occupando un luogo abbandonato, aveva costruito qualcosa di cui lo Stato non si occupa più. Una comunità.
La proprietà privata va fatta rispettare persino quando i suoi detentori la lasciano andare in malora. Però gli abitanti del quartiere che sostengono il centro sociale «buono» ci ricordano come le priorità delle istituzioni hanno smesso da tempo di corrispondere a quelle dei cittadini.

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Corriere della Sera

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