Quante cose si capiscono a leggere gli atti del Comune…
13 Luglio 2019

un mito infranto

Alla fine Una volta raggiunta l’abbiamo perduta
di Gabriele Romagnoli
Poi non c’è rimasto che il lato oscuro, The dark side of the Moon, dei Pink Floyd. Sul chiaro di luna, da quel 20 luglio del 1969, abbiamo invece smarrito le fantasie che ci hanno fatto compagnia per il tempo fin lì e che il Novecento ha declinato in tutte le forme d’arte che ha saputo creare. Conquistando la Luna l’abbiamo perduta per sempre. È la storia di tutti i sabati del villaggio, della vigilia di Natale che rappresenta la vera festa, della lontananza che accende i fuochi, piccoli o grandi. Come ogni cosa la Luna, finché rimaneva inaccessibile in cielo, era uno scrigno di possibilità. Apparteneva alla notte, quindi era sogno, non realtà. Per andarci non occorrevano scienza e tecnologia, bastava leggere Ariosto e Verne, ascoltare Fly me to the Moon, guardare il film di Fritz Lang Woman in the Moon dove, e siamo nel 1929, è una donna la prima a raggiungere la Luna. Il precursore, Trip to the Moon di Georges Méliès (quello con il razzo nell’occhio del satellite), è addirittura del 1902. E un anno prima a Buffalo, nello stato di New York, all’Expo panamericana aveva fatto furore un’attrazione concepita come un vagone con trenta posti (chiamato Luna, in italiano) che simulava un viaggio spaziale fino a quella destinazione, con scenografie ed effetti speciali. A bordo, tra centinaia di migliaia di passeggeri, salirono Thomas Edison e l’allora presidente americano William McKinley. Finita la manifestazione, l’impianto fu trasferito a Coney Island e da qui nacque il Luna park. Un gioco, uno splendido passatempo dell’età infantile, che cosa poteva farsene il mondo degli adulti? Anziché un uomo, avrebbero dovuto mandare sulla Luna un bambino. Dopo il 1969 la storia d’amore o meglio, di desiderio, si è interrotta.
Romanzi non se ne sono più scritti, a canzoni siamo a Gianni Togni che implora la luna di “non fare la scema”, quanto ai film abbiamo avuto First man su Neil Armstrong, primo astronauta a metterci piede, ma non ci fa esattamente una gran figura. Si è verificata la parabola delle passioni esaurite con l’appagamento. La storia più lunga e più romanzesca è stata quella dell’inseguimento. Anni, secoli, a immaginare l’impossibile, fino a renderlo probabile. Scene vissute e rivissute nella testa di uomini geniali. Studi, espedienti, follie. Successi e fallimenti. Qualche rinuncia, subito rinnegata. Poi, il tutto per tutto. La sera del la va o la spacca. Il modulo lunare che si avvicina con la terminale esitazione di una mano di persona che si accosta a quella dell’altra. E, finalmente, la tocca. Fu un amplesso universale quel che si celebrò, anche se era notte solamente in parte del mondo. E dopo? Avete presente l’ultima immagine del film Il laureato? Il ragazzo interpretato da Dustin Hoffmann ha fatto di tutto per avere la Elaine dei suoi sogni, è arrivato al punto di portarla via dall’altare dove stava per sposare un altro. Ora sono in fuga insieme, tutta la vita davanti e le loro espressioni cambiano, passano dall’eccitazione alla perplessità, gli sguardi accesi fino a un attimo prima si spengono: e adesso che cosa si fa con questa straordinaria conquista?
Quella del 20 luglio 1969 è stata la storia di una notte, one night stand. Ci sono stati entusiasmo e commozione, estasi e liberazione. La mattina seguente è rimasto un cratere. Un deserto di possibilità. La Terra vista dalla Luna come unico possibile traguardo. Ci è mancato solo che Armstrong cantasse: «Mi dispiace, devo andare, forse un uomo non sarò » , ma davvero non restava che tornare a casa, riprendere la propria vita, ricordare. Si è perfino cercato di sminuire l’accaduto, per ingannare quel senso di inesprimibile insoddisfazione. Qualcuno sostenne che la bandiera americana conficcata sul suolo lunare ne faceva un ulteriore stato da aggiungere alla collezione, un’altra stella per la bandiera. Due anni più tardi Stephen Shames fotografò una scritta di protesta su un muro a Brooklyn. Diceva: The moon belongs to the people, la luna appartiene alla gente. Arrivarono le teorie del complotto secondo cui l’allunaggio non era mai accaduto veramente, era solo un film girato a Hollywood dalla Cia e trasmesso per propaganda da televisioni complici. La fantasia aveva preso a esercitarsi nella direzione opposta, abbandonando la luna al suo destino. Alla fine dello storico album dei Pink Floyd c’è il brano Eclipse. Terminata la musica, una voce (quella del portiere dello studio di Abbey Road) dice in modo appena percettibile: « In realtà non esiste un lato oscuro della luna. Di fatto, è tutta scura».
https://www.repubblica.it/argomenti/Robinson

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