Usa o Russia, Salvini al bivio

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Usa o Russia, Salvini al bivio

Amico di Putin, ma desideroso di diventare l’uomo di Trump nel Mediterraneo. Isolato rispetto all’establishment europeo, in urto frontale con la Francia, disistimato dalla Germania, ignorato dalle altre cancellerie. Proteso a creare una piccola rete di destra – da Marine Le Pen a Orban – che non ha retto granché alla prova dei fatti, visto che la componente legata al Ppe, come lo stesso premier ungherese o il bavarese Seehofer o l’austriaco Kurz, gli ha concesso solo un giro di valzer affrettandosi poi a prendere le distanze.

La vicenda dei nastri moscoviti resi noti dal sito Buzzfeed è certo assai opaca, ma è servita a rendere evidente l’ambiguità delle relazioni internazionali di Matteo Salvini, al tempo stesso pericolose e dilettantesche. La Stampa, ad esempio, scriveva ieri degli stretti contatti con Konstantin Malofeev, un ultranazionalista molto attivo a favore dei filo-russi in Ucraina al punto che il governo americano lo ha fatto oggetto di “sanzioni individuali”. Pur con questi precedenti Salvini ha cercato, come è noto, di accreditarsi nella Washington trumpiana, giocando la carta della sua ostilità al patto franco-tedesco in Europa. Ma tutto lascia pensare che i dubbi americani non si siano dissolti. Non solo: molti credono che con queste iniziative il capo della Lega abbia suscitato i sospetti dell’amico Putin, anche perché non risulta che l’Italia salviniana abbia fatto qualcosa di concreto per alleggerire le sanzioni occidentali alla Russia. A Mosca si aspettavano qualche segno di maggiore vicinanza in questo campo.

In altri termini, è piuttosto rischioso trovarsi a metà del guado avendo sulle due sponde un paio di personaggi ingombranti come il russo e l’americano. Salvini sta cercando da mesi di tenere il piede in due scarpe, ma senza nemmeno disporre di una scarpa europea di riserva. È un abile giocatore al tavolo della politica, ma non è uno statista e potrebbe non avere il tempo di diventarlo se dovesse commettere un errore di troppo. Forse è giunto per lui il momento di decidere senza opacità da quale parte stare, prima di essere soverchiato dagli eventi. Questo vale anche in Europa. Il voto a favore di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione sarebbe a questo punto una mossa saggia, mentre l’astensione o addirittura il voto contrario avrebbero il sapore dell’autolesionismo.

A differenza di Marine Le Pen, che può permettersi di votare contro, Salvini è al governo di una nazione come l’Italia e ha appena riscosso il 34% nel voto europeo. Qui è tutta la differenza, come sanno anche Putin e Trump. E quando il vice-premier dice che certe cose succedono “perché siamo scomodi” non si accorge di ammettere una debolezza, riconoscendo che il gioco è diventato troppo grande per chi non ha saputo misurare i rapporti di forza. Ovvio che per la Lega sarà molto difficile ottenere un portafoglio significativo per un suo esponente nella nuova Commissione. Il Parlamento di Strasburgo, che dovrà ratificare la scelta, sarà senza dubbio molto selettivo. Ma Salvini a questo punto non può permettersi un simile smacco. Per cui dovrà ponderare con attenzione il nome da mettere in campo.

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