Idazi di Donald Trump sono un colpo molto duro per l’economia dell’Europa e dell’Italia. Ci aspetta una fase di aumento dei prezzi e recessione. Primo insegnamento: dalla vittoria delle destre nazionaliste ci perdiamo tutti, alla fine, non esiste un’internazionale sovranista, alla prova dei fatti, ma solo una guerra di tutti contro tutti. E a soccombere è proprio il Made in Italy, che il governo dice(va) di avere così a cuore.

Il secondo insegnamento però ha un risvolto positivo: l’Unione europea, su questo, ha una voce sola. Ed è un gigante economico comparabile con gli Stati Uniti. Se non ci fosse stata una politica commerciale comune, cioè l’integrazione europea (quella tanto invisa alle destre nazionaliste), l’Italia sarebbe stata da sola, di fronte al colosso americano, disarmata. Con conseguenze per la nostra economia ancora peggiori. Ora, invece, e a differenza che nella difesa e sicurezza, la situazione è molto diversa. Sennonché, è proprio qui che viene il difficile.

Come rispondere? Ci sono diverse possibilità, anche complementari. Una, ovvia, sono i controdazi. Inevitabili, si sente dire, almeno come arma di pressione, di fronte a un avversario muscolare. E poi non abbiamo iniziato noi. Tutto vero. Ma i controdazi rischiano, va detto subito, di peggiorare ulteriormente le cose. Anche per i produttori italiani ed europei, dato che noi importiamo molte materie prime o semilavorate dagli Usa.

Inoltre, una guerra commerciale su vasta scala è quanto di peggio ci si possa augurare, oggi, nel mondo, visti anche i venti di guerra vera che soffiano da più parti. Ha ragione chi dice che dove non passano le merci passano le armi: nella storia, in genere, è stato così (ad esempio, nella Prima guerra mondiale). I controdazi andrebbero quindi attivati solo se vi è la ragionevole convinzione che, in questo modo, si riesca a spingere l’amministrazione Trump a trattare.

Altrimenti, è meglio lasciar perdere e puntare direttamente su altre strade. Una è la politica monetaria. La riduzione dei tassi di interesse, svalutando l’euro, spinge le nostre esportazioni. A ben vedere, però, questa via è ugualmente problematica. Intanto perché spetta alla Bce e non ai governi. Secondo, perché farebbe crescere ancora di più l’inflazione. Terzo, perché aumenterebbe parallelamente i costi delle importazioni, a partire dall’energia. Quarto, renderebbe più difficile reperire capitali sui mercati internazionali, per finanziare gli investimenti.

Come sempre, in economia è raro trovare pasti gratis. Due altre strade sono però praticabili e convenienti. Una è rafforzare le relazioni commerciali con le altre aree del mondo, ugualmente colpite dalla politica di Trump. Innanzitutto, Canada, Regno Unito, Australia: i nostri principali alleati, oggi, nel campo delle democrazie liberali. E poi il grande Sud globale, a partire dalle democrazie: Messico, Brasile, India. Quindi la Cina.

L’Unione europea è un gigante commerciale e può, su questo, farsi promotrice di un nuovo ordine internazionale cooperativo, alternativo a quello muscolare di Trump, che metta gli Usa di fronte alla prospettiva reale di perdere progressivamente peso. Altro che Make America great again!

L’altra strada, complementare, riguarda solamente noi. Qui siamo in un ritardo drammatico e occorre muoversi subito. È la maggiore integrazione europea. Intanto, bisogna rafforzare il mercato comune, eliminando le barriere tuttora esistenti, ad esempio nelle telecomunicazioni, nell’energia, nelle infrastrutture di trasporto.

Ma poi, l’ideale sarebbe un’Europa Federale, con un fisco unico: vale a dire, senza i paradisi fiscali interni, che consentono alle big tech americane di pagare da noi tasse irrisorie. Se questo è purtroppo un traguardo lontano, perché richiede l’unanimità, una soluzione più immediata può essere far pagare le tasse alle big tech non dove hanno la sede legale, ma, in ciascun paese dell’Unione Europea, in base alla loro quota di fatturato. Questa misura risponde a un criterio di equità e può far male davvero al potere economico americano, oggi in larga parte trumpiano.

Per attuarla, tuttavia, occorre un’Unione europea che abbia la forza di imporsi sui singoli governi. In sintesi. La migliore risposta ai dazi di Trump è un’Unione più coesa, che non solo sia capace di imporsi come leader della cooperazione economica globale, ma completi il mercato unico e avvii il percorso verso l’Europa Federale. Il contrario della visione nazionalista, o «sovranista».