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5 Aprile 2025Il terremoto dei dazi
Milano
Ci penseranno i mercati a suon di crolli quotidiani a far cambiare idea a Donald Trump? O sarà Trump a convincere i mercati a suon di improbabili (e disperati) appelli come quello di ieri: «Diventerete ricchi, ricchi come mai prima». Presto per dirlo, certo è che quell’incredibile atto di autolesionismo che prende il nome di “dazi” sta avendo conseguenze disastrose per le Borse globali. È la reazione di investitori e imprese al primo atto di politica economica del miliardario tornato alla Casa Bianca con l’obiettivo di far tornare l’America «di nuovo grande». Per ora c’è che Wall Street sprofonda, i listini europei segnano profondo rosso, petrolio e dollaro continuano a calare e nemmeno l’economia reale promette di sentirsi tanto bene. «Ai molti investitori che vengono negli Stati Uniti e investono enormi quantità di denaro: le mie politiche non cambieranno mai. Questo è un grande momento per diventare ricchi, ricchi come mai prima», è stata l’invocazione ai naviganti lanciata da Trump attraverso il suo social Truth.
L’indice Dow Jones e il Nasdaq perdevano ieri in apertura tra il 4 il 5%. In Europa, Milano (-6,53%) è stata la peggiore con il crollo dei titoli bancari. Malissimo anche Francoforte (-4,33%), Parigi (4,01%), Londra (-4,46%). Il petrolio a New York ha perso ieri oltre il 7% a 62 dollari al barile.
Le prime dieci settimane dell’amministrazione Trump per Wall Street sono state le peggiori sotto un nuovo presidente dai tempi di George W. Bush nel 2001, nel pieno della bolla dotcom e dell’11 settembre. I dazi causeranno «danni incalcolabili alle famiglie, alle imprese e ai mercati finanziari di tutto il mondo, sconvolgendo un ordine economico globale di cui l’America ha beneficiato e che ha contribuito a creare», ha sottolineato ieri il Financial Times. Quanto alle previsioni
sui futuri sviluppi, per Goldman Sachs «l’incertezza sulla politica statunitense rimane elevata», con «un impatto più significativo sulla crescita e sull’inflazione degli Stati Uniti» e «con un significativo trascinamento della crescita anche al di fuori degli Stati Uniti». Le conseguenze dei dazi, insomma, saranno globali. L’Organizzazione mondiale del commercio stima che le misure tariffarie americane «potrebbero causare una contrazione dei volumi degli scambi di merci globali dell’1% nel 2025».
Mentre l’Europa, che si è vista infliggere dazi aggiuntivi del 20% alle esportazioni dei suoi beni verso gli Usa, studia le contromosse, Pechino ha già battuto un colpo. La Cina – che ha visto salire i dazi totali alle sue merci dirette negli Usa a oltre il 60% – ha infatti annunciato che dal 10 aprile imporrà nuovi dazi del 34% sui prodotti statunitensi in aggiunta a quelli già esistenti. Pechino ha quindi presentato una denuncia contro i dazi americani presso l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), una mossa però poco più che simbolica visto l’impasse del meccanismo decisionale di questo organismo. «I cinesi se la sono giocata male. Sono andati nel panico. L’unica cosa che non possono permettersi di fare», il laconico commento di Trump.
Banchieri e investitori, così come i giganti della Silicon Valley, avevano sostenuto Trump confidando nella sua deregulation e nel taglio delle tasse. La questione dazi comincia a far vacillare questa fiducia, di fronte alla paura di una nuova recessione e di una possibile stagflazione. I dazi annunciati rappresentano il «maggiore aumento delle tasse dal 1968», ovvero dalla guerra in Vietnam, ha osservato il capo economista di JPMorgan Michael Feroli, avvertendo che l’economia americana è «pericolosamente vicina allo scivolare in recessione». Dello stesso tenore l’allarme di Fitch: le tariffe aumentano «significativamente» il rischio di una recessione americana. La Casa Bianca minimizza ed esorta ad avere «fiducia in Trump». La Fed invece resta alla finestra, consapevole che il suo lavoro si fa più complicato. Nel decidere se mantenere i tassi invariati o ritoccarli, Jerome Powell dovrà infatti separare l’impatto dei dazi sull’inflazione dagli altri fattori che pesano sui prezzi: «L’incertezza è alta e i rischi al ribasso sono aumentati», ha detto ieri il presidente della Fed.
Secondo il board editoriale del Wall Street Journal, i dazi voluti da Trump si tradurranno in costi più elevati per le aziende e i consumatori americani e in una «graduale erosione della compe-titività americana». Per il quotidiano finanziario, la nuova politica commerciale del presidente Usa metterà fine alla leadership economica americana: «Trump ha adottato una visione più mercantile del commercio e dell’interesse personale degli Stati Uniti. Il risultato sarà probabilmente che ogni nazione farà per sé». Decenni di progressi nella riduzione della povertà, sia nel sudest asiatico che in alcuni Paesi africani, che si sono visti infliggere dazi tra il 40 e il 50%, sono ora a rischio. Difficile capire se Trump abbia intenzione di tenerne conto.