Franco Ricciardi è un artista napoletano presente sulla scena musicale fin dagli anni novanta. Nato e cresciuto nella periferia nord, il suo scopo artistico è sempre stato quello di dare voce alla Napoli popolare. Musicalmente ha saputo essere un trait d’union tra la tradizione neomelodica e le nuove scene emergenti come quella hip hop e quella elettronica.

Che rapporto ha con il territorio dove è avvenuta questa tragedia?
Oggi vivo a Posillipo ma a Scampia ci vado quasi tutti i giorni. Lì c’è mia sorella, la famiglia, gli amici. Sono nato a Masseria Cardone, proprio di fronte le Vele. Prima della costruzione degli edifici lì c’erano solo campi dove da piccolissimi andavamo a giocare a pallone.

Quindi ha visto questa storia dal suo inizio.

Già da allora ci si iniziava a fare qualche domanda su come veniva usata la legge 167, quella sull’edilizia popolare. Il progetto era quello di prendere persone che non avevano niente e metterle a vivere tutte insieme, concentrate, ma senza dargli un’alternativa in termini di lavoro, di servizi, di futuro. Solo un tetto sopra la testa e nient’altro. Era chiaro che si stava innescando una bomba, come poi effettivamente è stato. Quello che viene fuori è l’ovvio assottigliamento della linea tra legale e illegale. Dagli inizi di questa storia mi ricordo che noi ragazzi ci chiedevamo “Cosa sarà domani?”. E il passato di Scampia purtroppo oggi è ancora presente.

foto di franco ricciardi

Cosa è successo dopo il crollo?

Appena ho saputo sono andato subito lì, d’istinto. Ma una volta arrivato sul posto sono tornato lucido e mi sono chiesto: “Ma che ci faccio ‘cca. Cosa dico? Come mi muovo?”. Ho sentito tutta la mia impotenza. Poi la mattina dopo sono tornato, senza un motivo preciso, sentivo che ci dovevo stare, dovevo stare con loro perché faccio parte di quella storia ed è grazie a quelle storie che posso scrivere delle cose e fare musica. Mentre ero lì uno di loro mi ha guardato e mi ha detto “Frà aiutaci”. Lì ho iniziato a pensare come usare la mia visibilità così ho fatto un post sui miei canali social che chiama a raccolta tutte le persone che vogliono dare una mano oggi alle 16 all’università di Scampia (una sede della facoltà di medicina ha sostituito una delle Vele abbattute, ndr). Servono beni di prima necessità e serve stare vicino alle persone sfollate. Non lasciarli soli. Penso che anche l’obiettivo della musica d’altronde sia proprio questo: aiutare, in tante forme diverse. L’hashtag per questa iniziativa è #fainonpostare

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Il nuovo rione a cui lo Stato ha voltato le spalleSiamo abituati a rappresentazioni stereotipate delle Vele di Scampia, tra film, canzoni e telegiornali che si muovo tra i poli opposti della fascinazione e della criminalizzazione. Cosa c’è lì dentro che da fuori non si vede?

C’è tanta cultura e tanto talento. Scampia è cambiata, non è più quella che viene raccontata nei media. Oggi grazie anche ai social le differenze tra le persone si sono assottigliate, oggi ci somigliamo tutti. Scampia non è più quell’universo parallelo da cui tenersi alla larga, addirittura ci sono persone che credono ancora che se vai a Scampia vieni fermato o ti succede qualcosa. Questo non esiste più. È un posto abitato da nuove generazioni che per la stragrande maggioranza sono ragazzi e ragazze che vanno a scuola e che cercano qualcosa di diverso per la loro vita. Purtroppo però quello che fa gola mediaticamente è il lato più esiguo, ormai quasi inesistente, di questa realtà. Quello criminale e violento, molto più adatto a creare hype, a creare attenzione nel pubblico.

La storia delle Vele è lunga e intricata. Cosa è la cosa peggiore di tutta questa vicenda?

Il fatto che fosse tutto previsto. Già si sapeva che quegli spazi erano inagibili. Non si capisce perché non ci si è mossi prima. Attenzione però agire non vuole dire semplicemente mandare via le persone dalle case. Accanto allo spostare ci deve essere anche un dare. Volevano metterli nelle scuole, ma loro non ci vogliono andare perché vedendo che i terremotati dell’Irpinia nelle scuole ancora ci stanno, sono stati lasciati lì per decenni, hanno paura di fare la stessa fine. Agire significa trattare dignitosamente. E questo non è stato fatto. Manca l’attenzione.

I giovani però ti rincuorano, in loro vedi una città che cresce, che cambia. Napoli è diversa da 10 anni fa. Anche la mentalità è cambiata, c’è molto più rispetto per le regole del vivere insieme. Che poi il rispetto per gli altri è una caratteristica di questa città ma negli anni è stata oscurata. Anche oggi i like e le views li fai se racconti il marcio. Raccontare il volto bello di questa città è poco premiato. Sono preoccupato ad esempio anche un po’ dalle derive di Tik Tok, dove viene incentivato lo sfoggio dell’ignoranza, tanti ragazzi fanno finta di sbagliare la grammatica perché hanno capito che quelle cose diventano virali.

Cosa la lega ancora a Scampia.
Io qua ci sono nato due volte. La prima come essere umano, Francesco Liccardo, perché sono nato in casa. La seconda volta come artista, la prima volta ho cantato proprio nella camera da letto dove sono nato. Avevo 11 anni e facevamo una festa in casa per l’anniversario di matrimonio dei miei genitori. Io sto proprio impiantato lì. E il mio dovere è questo: stare lì e cercare di raccontare il bello della periferia nord.

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