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di Marzio Breda
Una vulnerabilità, fra le altre, dell’Occidente è l’accumulo di comando e forza in poche mani o, peggio, in una soltanto. Infatti, la concentrazione dei poteri è spesso «la cartina al tornasole di un restringimento delle libertà», dunque di una lesione della democrazia. Una ferita all’ordine liberaldemocratico i cui esiti abbiamo visto «nelle pretese di massificazione delle ideologie autoritarie del ’900, che hanno portato all’oppressione dell’uomo sull’uomo», e che rivediamo oggi, «con la verticalizzazione del potere e la prevalenza di quello finanziario». È il caso di certe formule politico-istituzionali contemporanee che rivendicano, a volte perfino esplicitamente, di essere autocrazie illiberali. E qui si coglie un cenno quasi subliminale al tecno-capitalismo di marca americana.
Ecco come Sergio Mattarella illustra la sua idea di Stato-comunità incontrando i vertici della Fondazione per la sussidiarietà, guidata da Giorgio Vittadini, che lo premiano per aver fatto crescere quel principio giuridico. La sussidiarietà, si sa, è quel postulato in base al quale se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire, ma può, posto che serva, sostenerne l’azione. Un ambito che riguarda l’associazionismo (il cosiddetto Terzo settore, attivo soprattutto sul piano socio-assistenziale), le organizzazioni sindacali, il volontariato e le autonomie locali… Una rete che , sottolinea il presidente, «tiene alta la qualità della democrazia e rinvigorisce la libertà di ciascuno, perché la libertà di ognuno si realizza insieme a quella degli altri».
È il motivo per il quale Mattarella sollecita l’importanza di «irrobustire il principio di sussidiarietà», che ha ispirato il disegno costituzionale. L’alternativa, aggiunge, «sarebbe di introdurre arbitrari criteri gerarchici o addirittura favorire di fatto poteri separati dalla società» o, per l’appunto, «concentrazioni che indeboliscono l’impianto democratico». Lo Stato insomma non è un Moloch al quale si possa sacrificare tutto, tantomeno la libertà dei cittadini, che dev’essere garantita sempre. Non per nulla la nostra Carta è detta «personalista», spiega ancora, perché «colloca la dignità della persona e della comunità, non la ragion di Stato, al centro dell’azione della Repubblica».