La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti può ri-cominciare, dal momento che si tratterà della seconda edizione, dopo quella del 2018-2019. Pechino ha reagito immediatamente con un aumento dei dazi sulle importazioni in Cina dei prodotti statunitensi equivalente a quello entrato in vigore il giorno prima in direzione opposta per ordine di “Tariff Man”, il presidente Usa che si crede un supereroe e che sta terremotando i mercati dell’intero pianeta.
A questo punto, secondo JP Morgan, le possibilità che l’economia globale entri in recessione entro la fine dell’anno salgono dal 40 al 60 per cento. Non è servita a nulla l’ennesima uscita di Trump, che giovedì si era detto pronto a ridurre i dazi sul made in China se la compagnia pechinese ByteDance venderà TikTok. «Con TikTok c’è una situazione in cui la Cina probabilmente dirà: “Approveremo un accordo, ma farete qualcosa sui dazi?”. Potremmo usare i dazi per ottenere qualcosa in cambio». Entro sabato 5 aprile il popolare social cinese è obbligato a raggiungere un accordo per trovare un acquirente non cinese, in mancanza del quale sarà bandito dagli Stati Uniti.
Ma Trump sembra non aver capito che questo modo di trattare nella Cina di Xi Jinping viene percepito – non solo dalla leadership del partito, ma anche da un’ampia porzione della popolazione – come lo ha definito il ministro del commercio, Wang Wentao, «bullismo unilaterale, in contrasto con le regole del commercio internazionale».
E così il Consiglio di stato, il governo della Repubblica popolare cinese, in serata ha annunciato tariffe addizionali del 34 per cento, a partire dal 10 aprile. È il segnale che la leadership, prima di (o piuttosto che) cercare d’intavolare un dialogo con l’amministrazione repubblicana, intende mostrare di poterla ripagare con la stessa moneta.
Le conseguenze sugli Usa
Per calcolare il 34 per cento di dazi addizionali contro la Cina annunciati l’altro ieri, il team di Trump ha diviso il deficit commerciale del 2024 degli Usa nei confronti della Cina (295 miliardi di dollari) per il valore delle importazioni Usa dalla Cina (440 miliardi di dollari), ottenendo il 67 percento, che secondo Trump equivarrebbe alle tariffe della Cina sulle importazioni statunitensi. Dimezzando e arrotondando per eccesso, il risultato è stato un dazio degli Stati Uniti sulle importazioni cinesi del 34 percento.
Per avere un’idea dello sconvolgimento che provocheranno i dazi trumpiani se rimarranno in vigore nell’entità attuale, basti pensare che un iPhone (prodotto in Cina o India) costerà negli Usa 2.300 dollari, se Apple sceglierà di scaricare sui consumatori l’aumento dei costi di importazione. Ad essere colpiti pesantemente sarebbero sia le grandi corporation a stelle e strisce, i cui principali fornitori sono in Cina e non possono essere spostati con la bacchetta magica e senza costi addizionali, sia la Cina, la cui economia dipende ancora molto dalle esportazioni. Secondo alcuni calcoli, i dazi rischiano di far perdere alla Cina circa il 2,5 per cento di Pil, stimato per quest’anno intorno al 5 per cento. Anche se è già previsto che, se la guerra commerciale dovesse prolungarsi, il governo varerà un massiccio piano di stimolo per sostenere la domanda interna.
Terre rare
La rappresaglia di Pechino questa volta è stata più sostanziale che nei mesi scorsi, quando aveva risposto ai dazi trumpiani immediatamente ma in maniera tutto sommato simbolica.
Pechino ha replicato alzato anche ulteriori barriere non tariffarie, con l’amministrazione delle dogane che ha ordinato la sospensione dell’importazione da sei aziende statunitensi – ufficialmente per proteggere la salute dei consumatori cinesi – di beni di amplissimo consumo nei mercati locali, come pollo e sorgo, utilizzato per la produzione del popolarissimo liquore báijiŭ. Inoltre ha imposto controlli su alcune esportazioni cinesi verso 16 aziende americane, mentre altre undici aziende statunitensi, tra cui il produttore di droni Skydio, sono state inserite nella lista delle entità inaffidabili.
Pechino ha annunciato anche ulteriori controlli sulle esportazioni delle 17 terre rare, di cui la Cina detiene il monopolio (90 per cento) della produzione, e di cui ogni economia avanzata ha bisogno per una serie di settori strategici, tra cui i veicoli elettrici, la difesa, l’elettronica e le energie pulite. Secondo l’U.S. Geological Survey, circa tre quarti delle terre rare importate dagli Stati Uniti tra il 2019 e il 2022 provenivano dalla Cina.