Le sorti del risiko bancario italiano si decideranno a Parigi. Un paradosso. E per capirne la portata è sufficiente ricordare due fatti. Il primo. Quando Unicredit annunciò la scalata al Banco Bpm, il segretario della Lega e vice premier Matteo Salvini invocò il Golden power perché Piazza Gae Aulenti «ormai di italiano ha poco e niente: è una banca straniera». Eppure l’esito dell’Ops che scatterà il prossimo 28 aprile sarà deciso dai francesi dei Crédit Agricole, primi azionisti dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna che proprio ieri hanno ottenuto dalla Banca centrale europea l’autorizzazione a salire fino al 20% del capitale. Il secondo. L’affaire Natixis. L’annuncio della joint venture tra Generali e la società transalpina controllata da Bpce per creare un colosso da 1.900 miliardi di asset gestiti (nono gruppo al mondo per dimensioni) ha scatenato l’ira dell’imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone – azionista del Leone con il 6,9% del capitale -, il disappunto di Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che detiene il 9,9% di Trieste e la netta opposizione del governo. D’altra parte, Caltagirone ha presentato una lista di minoranza per il rinnovo del cda di Generali il cui obiettivo è proprio quello di impedire l’operazione. Una rosa di candidati salutata con soddisfazione anche dal sottosegretario all’Economia, Federico Freni.
Insomma, i destini della finanza tricolore si intrecciano con gli interessi francesi. E, a cascata, con quelli di Unicredit. I rapporti tra la banca guidata da Andrea Orcel e la Banque Verte di Olivier Gavalda sono ai minimi storici. Fonti finanziarie rivelano che un anno fa, i transalpini avrebbero sostenuto la scalata di Orcel, ma la freddezza del banchiere sul rinnovo dell’accordo commerciale con Amundi ha portato a un repentino rimescolamento delle carte. Anche perché la Penisola, dove i gestori francesi gestiscono oltre 200 miliardi di euro, rappresenta per la società il secondo mercato domestico per importanza. Orcel avrebbe fatto sapere al partner di essere al lavoro per trovare un’alternativa all’accordo in essere che scade nel 2027. Potrebbe essere una strategia negoziale per capire se nei piani di Gavalda sia più importante Banco Bpm o Amundi.
La trattativa, però, si intreccia con Generali dove Unicredit ha una quota vicina all’8% che sarà decisiva nell’esito dell’assemblea per il rinnovo del cda del prossimo 24 aprile. Dopo l’annuncio dell’ingresso nel capitale del Leone, secondo quanto ricostruito da La Stampa, l’ad Philippe Donnet si sarebbe incontrato con Orcel per capire la posizione del banchiere: pubblicamente Unicredit continua a ribadire che si tratta di un investimento puramente finanziario, ma Donnet e il manager romano avrebbero parlato anche dei possibili punti di contatto. Anche industriali. Per esempio, alla luce dello strappo con Amundi, una partnership sulla distribuzione di prodotti di risparmio gestito con Generali Investment Holding – ed eventualmente con la joint venture annunciata con Natixis – è tutt’altro che da escludere. Di più: Unicredit e Generali hanno interessi comuni in Est Europa.
Orcel, di fatto, si trova ad avere tre fronti aperti: Banco Bpm, Commerzbank e Generali. Opzioni tutte sul tavolo del banchiere che valuterà quali saranno le migliori per la crescita del gruppo. La decisione sul Golden power difficilmente arriverà prima dell’assemblea di Generali, quindi Unicredit dovrà scegliere come posizionarsi. Appoggiare la lista di Assogestioni potrebbe determinare uno stallo nella governance e di certo non faciliterebbe i rapporti con Donnet. Ma strizzerebbe l’occhio al governo. Eppure, prende corpo l’ipotesi che Orcel, alla fine, possa sostenere proprio i candidati di Mediobanca. Rinunciando all’Ops su Banco Bpm e aspettando l’esito dei negoziati con Berlino su Commerzbank.
A meno che prima non intervenga Palazzo Chigi. Tuttavia, fino a oggi, i tentativi di dialogo tra Orcel e il governo sono finiti nel nulla.