di Giulia Zonca
I calciatori sono abituati a essere bandiere, ma quando ne sventolano una la loro popolarità le rende più evidenti e in questi giorni pesanti. Si agitano identità.
Nel conflitto riesploso tra Israele e Palestina il calcio ha provato a restare neutro e non ci è riuscito. Non può, vive sulle proprie maglie tutto quello che succede e amplifica. Se Benzema posta sostegno agli arabi diventa un propagatore di terrorismo, qualunque cosa dica. Il suo nome si lega a mille storie e i suoi comportamenti si prestano a tante interpretazioni. Se lo stadio di Wembley non accende l’arco con i colori di Israele durante il minuto di silenzio, allora significa che prende posizione, pure se tenta di fare il contrario.
Il primo nome importante a dire la sua è stato Benzema, senza filtri. Ormai gioca in Arabia Saudita e quindi non solo parla da francese di orgogliose origini algerine-cabilia, ma da uomo che ha scelto, parole sue, «di tornare a casa, alla Mecca» e allora la sua frase «Tutte le nostre preghiere per gli abitanti di Gaza, ancora una volta vittime di questi ingiusti bombardamenti» diventa militanza. Il ministro degli Interni francese chiede che gli venga tolta la cittadinanza e il Pallone d’oro e lui stesso prova a levargli per direttissima l’affidabilità: «Sappiamo bene che è vicino ai Fratelli musulmani». Non lo sappiamo.
Mohamed Salah non ha avuto problemi istituzionali, ma ha perso un milione di follower dopo aver pubblicato un video per la pace, si era pure diffusa la voce che fosse un trucco dell’intelligenza artificiale, perché il calciatore egiziano, da sempre simbolo dei musulmani, scandisce le parole, tiene lo sguardo fisso: scelte di regia per non dare l’idea di fomentare. È ovvio che giochi nella squadra palestinese e altrettanto chiaro che non si schieri contro. Invoca la tregua, senza rivendicazioni. Salah spiega di avere cambiato il testo all’infinito, tolto le sfumature per renderlo universale. Una fototessera a sfondo bianco, senza sorrisi che possano confondere ai controlli. Solo che Salah ha una faccia notissima e proietta quelle parole da un palco riconoscibile da ogni dove. Impossibile evitare accenti.
Il Liverpool non ha detto nulla mentre il Bayern Monaco ha chiesto a Noussair Mazraoui un «incontro per avere chiarimenti» e il Nizza ha sospeso Youcef Atal così come ha fatto il Mainz 05 con Anwar El-Ghazi perché quando le radici del singolo urtano quelle del club è difficile astenersi dallo scontro. Tutti i calciatori citati hanno postato sostegno alle famiglie dei morti, chiesto la fine degli orrori, aggiunto i colori palestinesi. Parole per placare una guerra usate poi come carburante estremista.
La strada che porta alla casa del Mainz si chiama Eugen-Salomon, è il nome del fondatore: primo presidente, a 17 anni. Nel 1933 i nazisti gli hanno tolto la carica, lui è espatriato e comunque è stato deportato ad Auschwitz dove è morto nel 1942. Il presidente più longevo del Bayern si chiama Kurt Landauer, imprigionato a Dachau dove è sopravvissuto ed è tornato a capo della società bavarese altre tre volte. Mazraoui si allena quotidianamente con il portiere Daniel Peretz, arrivato quest’anno dal Maccabi Tel Aviv. Le connessioni continuano a creare frizioni e pure se tenute in sottofondo, disinnescate dal rispetto reciproco, alimentano fastidi. I turbamenti partono da lontano: da un Mondiale manifesto lasciato libero di proiettare l’istanza palestinese sugli spalti. Sulle vittorie del Marocco, sulle feste della Tunisia.
Oggi le federazioni proibiscono le bandiere di entrambi i fronti, lo scorso autunno in Qatar potevano circolare e quelle palestinesi sono diventate una delle immagini di quel Mondiale. Un’istanza, fino a lì, mai sventolata e all’improvviso esibita nell’evento più visto. Il problema non è il diritto al sostegno, la manifestazione di appartenenza, è il conflitto: lo scorso novembre la fierezza degli arabi al primo mondiale ospitato ha sposato una causa e quel mese di dirette globali l’ha legata al calcio. Ora si mettono regole che, a posteriori, vengono interpretate. Vissute come limiti messi a una parte e i tifosi vicini agli arabi protestano, mentre quelli legati a Israele srotolano striscioni indignati.
In Germania i nervi sono particolarmente tesi e l’organizzazione Makkabi Deutschland, che fa da ombrello ai club ebraici, chiede che i dirigenti controllino il traffico social dei loro tesserati e quelli, comprensibilmente, lo vedono come un’invasione.
Il campo si fa palude e ogni pensiero ci sprofonda dentro.