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30 Novembre 2025
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30 Novembre 2025Parla il poeta austriaco, di cui arriva in Italia “L’arte di non credere a nulla”: «Per me la poesia è il modo più conciso e completo di pensare»
Raoul Schrott, poeta austriaco eclettico e raffinato, in L’arte di non credere a nulla (traduzione di Federico Italiano, Crocetti, pagine 176, euro 18,00), mette in scena la Biblioteca Classense di Ravenna e un manoscritto, Manuale dell’esistenza transitoria, attribuito a Matthias Knutzen: questo immaginario libello è tradotto e associato a liriche più quotidiane, giocando quasi in contrappunto tra gnosi, illusorietà dell’ideale, incredulità e quête di Dio dentro il «gesto metafisico» della poesia stessa («il riflesso turchese in tutto ciò che è cieco / oh dio – che bello sarebbe amarti!»). Un saggio apre la silloge e spiega l’espediente letterario. Schrott sarà ospite il 28 novembre a Genova per la trentunesima edizione del Festival Internazionale di Poesia “Parole Spalancate”.
In L’arte di non credere a nulla emerge una profonda ricerca di significato. Qual è la relazione tra fede e finitezza umana?
È una questione filosofica sulla differenza tra conoscenza e fede. L’una procede razionalmente, logicamente, persino scientificamente – per sondare i limiti della nostra ragione, che sarà sempre finita. L’altra procede irrazionalmente, emotivamente – con atti di fede, andando oltre quei limiti nel vuoto di qualcosa di “infinito”. Per dare un senso alle nostre vite, preferirei l’approccio razionale e indagatore, che si interroga costantemente su sé stesso e sui suoi oggetti e accetta, persino accoglie il fallimento come parte del processo. Questo non significa negare la trascendenza, per niente. Dopotutto stiamo parlando di poesia che inizia da qualcosa di concreto, spesso con un correlativo oggettivo, come lo chiamava T.S. Eliot – ad esempio, un tramonto che sembra «un paziente eterizzato su un tavolo». Oppure: puoi definire la terra afferrandone un pezzo; comunicare cos’è il “blu” indicando il cielo o i jeans; e mostrare un’arancia porgendola. Ma se combiniamo le tre cose come nel famoso verso di Éluard «la terra è blu come un’arancia», otteniamo qualcosa che non è più semplice e tangibile, ma metafisico – qualcosa che apre spazi di immaginazione senza delimitarli. La metafora-similitudine di Éluard conduce a molti luoghi. Puoi verificare ogni volta da dove parte, seguirla con tutta la logica linguistica di cui sei capace e usarla per ciò che vuoi, liberamente. La poesia ci offre quindi “atti di fede” oltre la finitezza umana: non in uno spazio religioso santificato, definito e codificato, ma nella nostra immaginazione.
La struttura della silloge è complessa, postmoderna. In che modo concilia la freschezza dell’ispirazione e il forte impianto intertestuale?
Be’, per cominciare, non mi sono mai piaciute le raccolte casuali di poesie, come fossero un diario improvvisato. Per me la poesia è il modo più conciso e completo di pensare: vedere, sentire e denominare allo stesso tempo. È lo strumento migliore per capire qualcosa, qualunque essa sia. Comincio a lavorare a un libro tramite un indovinello. Ad esempio, la domanda “cos’è veramente un hotel?” ha portato a una silloge intitolata Hotels. “Cosa definisce il sublime e quali forme assume?” ha portato, invece, a Tropici. Per rispondere a questi interrogativi, inizio a ricercare l’argomento, il che mi fornisce diversi punti di vista su cui concentrarmi e confrontarmi. Poi aggiungo a ogni lirica alcune annotazioni a margine, per evidenziarne un aspetto. E alla fine incornicio il tutto con un breve saggio sull’argomento. Di qui la storia di Matthias Knutzen e le citazioni dal Manuale dell’esistenza transitoria che accompagnano ogni testo. Le poesie stesse presentano una serie di ritratti di persone che lavorano duramente e cercano di venire a patti con la propria vita, esprimendo tutte una posizione esistenzialista, in cui si trova accettazione, conforto e persino bellezza nel fallimento e nella crisi. Preferisco rivelare piuttosto che mettere sottochiave. Quindi, nella tradizione italiana, sono più Pavese, Attilio Bertolucci o Sereni che Montale. Ma non c’è nulla di postmoderno in questo: semmai è “premoderno”, si potrebbe prendere a modello la Vita Nuova di Dante con la sua miscela di poesia e prosa.
Ha tradotto anche L’epopea di Gilgameš. Quale significato può avere quest’opera per i lettori di oggi?
Gilgameš è il testo letterario più antico che conosciamo. Per oltre duemila anni ha svolto nel Vicino Oriente il ruolo di specchio del principe e del potere, presentando un re arrogante che improvvisamente deve fare i conti con la sua mortalità, imparando l’umiltà – un testo davvero eccezionale nel corpus mesopotamico. Ed essendo letteratura, narra problemi umani senza tempo (Omero lo usò come modello per la sua Iliade e ne cita alcuni brani). Oggi si può leggere l’epopea, scambiare il re per un banchiere di Wall Street e capire immediatamente cosa racconta. Considero la traduzione di opere come questa una parte essenziale dell’essere un poeta.
Tra i suoi studi c’è un saggio sul rapporto tra poesia e cervello.
La poesia è fondamentalmente un testo concepito come musica. Frasi e melodie hanno caratteristiche comuni: unità simili di sillabe e note; ritmo; prosodia e melodia. Musica e linguaggio vengono elaborati in parti diverse del cervello, ma sono strettamente connessi. Ciò significa che l’enunciazione melodica di un verso viene salvata e archiviata su due “hard disk” contemporaneamente, il che ne facilita la memorizzazione. In un’epoca precedente alla scrittura (che risale a soli cinquemila anni fa), la poesia era l’unico modo per ricordare conoscenze essenziali (ecco perché anche la filosofia greca antica era in versi). Volete una prova di questo meccanismo cognitivo? Recitate la vostra canzone preferita senza cantarla: inciamperete dopo i primi versi. Cantatela ad alta voce e arriverete al ritornello. Pensiamo anche alla rima. Come espediente musicale, serve alla memorabilità. Ma entra in gioco qualcos’altro. Il nostro cervello funziona (per sopravvivere) prevedendo gli eventi il più possibile, quindi anche il linguaggio. Ecco perché, come dimostrano gli esperimenti, abbiamo nella testa una sorta di meccanismo di autocompletamento. Ad esempio, non appena senti la sillaba “rim-”, il tuo cervello la completa – a seconda del contesto e dell’esperienza – in possibili parole come rimbalzo, rimborso, rimedio etc. In questo modo, sapere che una poesia abbia un sistema rimico, ti fa attendere una parola in rima grazie alla parola base che hai sentito. Se si tratta di una lirica sull’amore tragico, “cuore” ti fa automaticamente pensare a “muore”. Una buona poesia sfida queste aspettative sorprendendoti con la rima, ad esempio “nuore” o “spore” – esattamente come una barzelletta sorprende eludendo o ingannando le tue supposizioni. La struttura di una poesia in rima ti offre sorprese che spesso conducono in direzioni impreviste. Ecco perché tutti i testi de L’arte di credere in niente sono in rima, seppur in modo discreto e non regolare.
Cosa ne pensa della situazione politica attuale?
Le nostre società sono ormai piene di “narrazioni” – politiche, economiche, populiste etc. – proprio come i romanzi si costituiscono di trame presentando personaggi e situazioni psicologicamente plausibili, che sono solo finzioni e, in definitiva, falsi. Al contrario, la poesia, se è buona, non può essere falsificata. Dev’essere autentica. La sua qualità si misura da quanto è fedele alle esperienze e alle emozioni. È l’unica forma d’arte che non solo può esprimere, ma anche comunicare in modo completo la nostra soggettività (cosa che la musica o la pittura non possono fare altrettanto bene). Laddove le narrazioni ci soggiogano con le loro trame teleologiche, la poesia esprime noi stessi dall’interno e al contempo è il rifugio del nostro io interiore. Questo rende la poesia la macchina dell’umano. E tutto ciò che è umano, alla fine, si distingue sempre poiché esplora senza riserve le nostre caratteristiche abissali, così come il nostro desiderio di bellezza, verità e salvezza, i nostri lati buoni e cattivi. La letteratura sarà sempre sovversiva, anarchica, in modo non aggressivo.





