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di Alfredo Herbin
Nel cuore del Monte Amiata, in una piccola frazione di Piancastagnaio chiamata Tre Case, si perpetua ogni anno un rito che gli studiosi delle tradizioni popolari considerano il più antico della Toscana. Non una semplice festa dell’Epifania, ma una cerimonia le cui origini risalirebbero al Trecento, un filo di memoria che attraversa sette secoli senza spezzarsi.
Una Famiglia Straordinaria
Ciò che rende unica questa tradizione è la sua struttura. Mentre in tutta Italia la Befana appare come figura solitaria, a Tre Case è accompagnata da una famiglia completa: il Befano, suo marito, e la figlia “tanto bella che vorrebbe maritare”. Questa triade familiare è un elemento rarissimo, forse unico, nelle tradizioni epifaniche italiane. Suggerisce radici profonde in antichi culti agrari legati alla fertilità della terra e alla continuità della comunità.
Intorno a loro si muovono i musici e i “Befanari”, il gruppo che ogni anno, nel primo pomeriggio del 5 gennaio, si ritrova nell’ex bar di Silvano Cappelletti – deceduto due anni fa, lui e la moglie da sempre custodi amorevoli di questa tradizione. Qui i partecipanti indossano gli antichi costumi gelosamente conservati in un grande armadio che è molto più di un mobile: è lo scrigno della memoria di Tre Case.
Dal Tramonto alla Notte
Il corteo inizia il suo percorso al tramonto, e questo non è un dettaglio scenografico ma l’essenza stessa del rito. La luce che declina segna l’ingresso in un tempo diverso, sospeso tra quotidiano e straordinario. Il primo omaggio è agli anziani della Casa di riposo Pacelli: non si parte dai bambini, come nella logica consumistica moderna, ma da chi custodisce la memoria e garantisce la trasmissione. È un gesto che rovescia le priorità del presente e ristabilisce un ordine più antico.
Poi il corteo si snoda casa per casa, fino a notte inoltrata. Ad ogni sosta, le famiglie con i bambini in attesa offrono un rinfresco mentre il gruppo canta la strofa tradizionale e la Befana balla con il Befano. È uno scambio senza moneta: la parola poetica donata, l’ospitalità offerta, i dolci e i piccoli regali ai bambini. Un’economia del riconoscimento reciproco, dove la comunità si rappresenta a se stessa e riconferma la propria identità.
Perché il Più Antico?
Gli studiosi attribuiscono a Tre Case questa primogenitura per ragioni convergenti. Il rito conserva elementi che precedono la cristianizzazione – la coppia divina, il tempo notturno, il legame con i cicli naturali – accanto a elementi cristiani. Ha mantenuto una coerenza strutturale che altrove si è frammentata. E soprattutto, la piccola frazione, geograficamente periferica, ha preservato ciò che centri più grandi hanno diluito o perso nel contatto con la modernità.
Tre Case dimostra che sono spesso i margini, non i centri, a custodire le forme culturali più arcaiche. L’Amiata, territorio montano e a lungo isolato, ha funzionato come conservatorio di pratiche che altrove sono scomparse.
La Fragilità della Trasmissione
Ma ogni tradizione vive nella fragilità del passaggio generazionale. La morte di Silvano Cappelletti pone una domanda ineludibile: come si trasmette un rito quando vengono meno i suoi custodi viventi? Chi indosserà i costumi? Chi custodirà l’armadio? Chi conoscerà le strofe e le melodie?
Le tradizioni non si conservano per decreto o per volontà amministrativa. Vivono finché una comunità si riconosce in esse, finché le sente necessarie al proprio stare insieme. Il Canto della Befana di Tre Case ci interroga su cosa significhi conservare un patrimonio immateriale in un tempo che ha perso il senso della ripetizione significante, della durata, dell’appartenenza a un luogo.
In quella piccola frazione dell’Amiata, dal tramonto a notte fonda, si ripete un gesto che viene dal Trecento. È un miracolo di continuità che merita non solo tutela istituzionale, ma soprattutto la cura di chi a Tre Case vive e può scegliere di riconoscersi ancora in quella memoria, di farla propria, di consegnarla a chi verrà.
Questa tradizione, soltanto per sottolineare come il patrimonio del territorio di Piancastagnaio sia immenso, è una delle tante ricchezze che questo comune custodisce. Un patrimonio che chiede di essere conosciuto, valorizzato e trasmesso con la stessa dedizione che Silvano Cappelletti e sua moglie hanno dimostrato per decenni.




