
Crollo della discarica e tensioni nel Nordest asiatico: sfide e tragedie in corso
10 Gennaio 2026
Linee di campo
10 Gennaio 2026
C’è un modo particolare di raccontare il presente che non passa per le grandi teorie, ma per una costellazione di storie diverse, capaci però di riflettere le stesse fratture. La medicina, il potere globale, l’intrattenimento sentimentale, la filosofia del gioco, il cinema della durata: tutto sembra ruotare attorno a una domanda comune su cosa significhi oggi vivere, lavorare, resistere.
Il racconto della medicina contemporanea, quando funziona davvero, non è quello dell’eroe solitario che salva vite contro ogni previsione. È piuttosto la descrizione di un sistema stanco, spesso inceppato, che continua a reggersi grazie a una rete di persone costrette a muoversi senza sosta tra urgenze, carenze strutturali e decisioni impossibili. Le storie più convincenti non sono quelle ossessionate dalla correttezza tecnica, ma quelle capaci di restituire la sensazione fisica e morale di stare dentro un ospedale oggi: la fatica che non finisce mai, la consapevolezza dei limiti, eppure anche quei momenti rari e intensi in cui la cura diventa relazione autentica. È in quelle fenditure che si capisce perché, nonostante tutto, qualcuno continui a scegliere questo lavoro.
Lo stesso squilibrio tra individuo e sistema si ritrova, su scala più ampia, nel modo in cui il potere si esercita sulla scena mondiale. Non esiste più una dottrina riconoscibile, ma una politica fatta di gesti plateali, minacce esibite, prove di forza pensate per essere viste prima ancora che efficaci. Il mondo appare come una superficie da marchiare, una mappa simbolica su cui lasciare segni vistosi, più che uno spazio da governare attraverso relazioni stabili. La forza non è tanto uno strumento quanto uno spettacolo, e la geopolitica diventa una sequenza di atti performativi.
In apparente contrasto con tutto questo, ma in realtà come risposta allo stesso clima di incertezza, prosperano narrazioni che puntano sull’emozione, sull’intimità, sulla promessa di un coinvolgimento affettivo. Le storie d’amore di grande successo non sono solo evasione: intercettano un bisogno diffuso di senso, di riconoscimento, di consolazione. Dietro trame leggere si intravedono spesso questioni più profonde, legate all’educazione sentimentale, alle eredità culturali e morali, alla ricerca di un linguaggio emotivo condiviso in un mondo sempre più frammentato.
Accanto a tutto questo riaffiora una domanda filosofica che sembra semplice solo in apparenza: e se la vita fosse, in fondo, una forma di gioco? Non un gioco superficiale, ma un’attività regolata, scelta, carica di significato proprio perché non riducibile a un fine esterno. Pensare l’esistenza in questi termini significa spostare l’attenzione dal risultato alla pratica, dall’ossessione per l’efficienza alla qualità dell’esperienza. È un’idea che mette in crisi il culto della produttività e apre uno spazio diverso per il senso.
Infine, ci sono sguardi che rifiutano la velocità e insistono sul tempo lungo, sulla ripetizione, sulla decadenza. Alcune visioni artistiche non cercano di rassicurare né di intrattenere, ma di rendere visibile l’erosione lenta delle cose, il peso dell’attesa, la fatica del durare. Sono opere che chiedono allo spettatore una disponibilità rara: quella di fermarsi e accettare che non tutto debba essere immediatamente risolto o spiegato.
Tenute insieme, queste traiettorie raccontano molto più di singoli temi o generi. Disegnano il ritratto di un’epoca che oscilla tra sistemi al collasso e bisogno di umanità, tra dominio esibito e desiderio di senso, tra intrattenimento e riflessione radicale. Non offrono risposte definitive, ma mostrano con chiarezza il terreno instabile su cui ci muoviamo, cento anni dopo le grandi narrazioni del passato, ancora alla ricerca di un modo credibile di abitare il presente.




