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Alla radice di tutto c’è una crisi profonda del limite.
Viviamo in un mondo che promette tutto: desiderio illimitato, accesso continuo, crescita infinita. Il limite diventa intollerabile. Eppure è proprio il limite che rende possibile la convivenza.
Il corpo dell’altro dovrebbe essere il limite assoluto.
Ciò che non posso attraversare senza consenso. Ma in una società che compra tutto, anche il corpo dell’altro finisce per apparire come un diritto negato, un confine da forzare.
È qui che matura la violenza sessuale.
Nell’incapacità di accettare un no. Nell’odio per la differenza. Nel rifiuto di chi non produce, non consuma, non si adegua.
Oltre la punizione
Di fronte a tutto questo, la risposta istituzionale è quasi sempre la stessa: punire. Più controlli, più telecamere, più sanzioni. È una risposta rassicurante. Ed è inefficace. Non cura, irrigidisce. Non apre, chiude.
Chi arriva a pianificare uno stupro o un omicidio ha già attraversato un deserto interiore. La minaccia della punizione non lo ferma, perché vive già in una forma di prigionia.
Serve altro.
Serve ricostruire la possibilità stessa della relazione.
Ricostruire il mondo comune
Educare non come addestramento alla prestazione, ma come costruzione di un mondo comune. Insegnare che la sessualità è incontro, non dominio. Che il corpo dell’altro non è territorio, ma spazio inviolabile. Che la differenza non è una minaccia, ma una risorsa.
La scuola dovrebbe essere uno di questi luoghi.
Non un dispositivo di selezione o di sorveglianza, ma uno spazio in cui si impara a stare con gli altri, a riconoscere i limiti, a dare nome ai conflitti senza trasformarli in violenza. Oggi troppo spesso non ci riesce, schiacciata tra burocrazia, emergenze continue e una richiesta di prestazione che svuota il senso educativo.
Creare luoghi in cui i ragazzi possano esserci davvero, non solo comparire.
Dove si possa fallire senza sparire.
Dove non sia necessario distruggere per esistere.
Ma tutto questo chi lo fa?
Adulti esausti, spesso incapaci di relazione. Insegnanti lasciati soli. Una società che premia l’aggressività e chiama successo la sopraffazione.
La verità è scomoda, ma semplice: la violenza dei ragazzi è lo specchio della nostra.
Non si può chiedere rispetto in un mondo che non rispetta nessuno.
Non si può predicare il limite in una società che lo considera una sconfitta.
Curare questa ferita significa rimettere in discussione le fondamenta del nostro modello di vita: l’idea che tutto sia merce, che la vita sia competizione, che l’altro esista solo in funzione di me.
Non ci sono scorciatoie.
Ma una direzione è chiara: restituire dignità all’altro, riconoscere il limite come fondamento della convivenza, ricostruire le relazioni prima che il tessuto comune si laceri del tutto.
Solo così la violenza potrà tornare a essere un’eccezione.
Non la struttura portante del nostro stare al mondo.
Pierluigi Piccini





