
Maxi finanziamento al Gruppo Saviola
22 Gennaio 2026
La domanda che poni è legittima, e anzi necessaria: siamo davvero sicuri che sia positivo? Perché il punto non è se una serie coreana su Netflix sia “bella” o “ben fatta”, ma che uso fa dei luoghi e che tipo di racconto produce.
Nel caso di Can This Love Be Translated? (Come si dice amore?), girata tra Siena, Montalcino e Firenze, siamo di fronte all’ennesima operazione di estetizzazione del territorio. Piazza del Campo, come prima il cinema Odeon, diventano fondali intercambiabili di una narrazione globale che potrebbe svolgersi ovunque. La Toscana funziona come marchio visivo, non come luogo reale, storico, sociale.
Il richiamo alla lunga tradizione cinematografica di Montalcino, da Pia de’ Tolomei a Fratello Sole e Sorella Luna di Franco Zeffirelli, serve più a rassicurare che a chiarire. Quel cinema aveva un rapporto forte, a volte persino conflittuale, con i luoghi e con la storia. Qui invece siamo dentro una logica diversa: il territorio come scenografia neutra per una storia pensata altrove, per un pubblico che non chiede profondità ma riconoscibilità.
Anche sul piano economico, il racconto trionfalistico scricchiola. Le testimonianze locali lo dicono chiaramente: l’indotto è limitato, spesso episodico. La soddisfazione di “rivedersi sullo schermo” sostituisce una vera strategia di sviluppo. È vero che il passaggio di star come Liam Neeson o George Clooney può avere effetti commerciali immediati, ma sono effetti deboli, non strutturali, e soprattutto non governati dal territorio.
Il rischio, già evidente a Siena e sempre più forte a Montalcino, è quello della “cartolinizzazione”: luoghi bellissimi ridotti a immagini da consumo rapido, svuotati di complessità, piegati a un turismo imitativo e poco esigente. Non è un caso che tutto questo venga spesso giustificato con l’argomento dei servizi: “se arrivano le produzioni, miglioreranno i servizi”. Ma senza una visione culturale e politica, accade il contrario: i servizi si adeguano al consumo turistico, non ai bisogni di chi vive quei luoghi.
Dunque no, non è automaticamente positivo. Può diventarlo solo se le produzioni entrano in un progetto chiaro: controllo delle ricadute, coinvolgimento reale delle comunità, tutela dell’identità, capacità di dire anche dei no. Altrimenti restano ciak che passano, immagini che scorrono, e territori sempre più simili a se stessi, fino a diventare intercambiabili.





