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Pierluigi Piccini
I nodi vengono al pettine. Era scritto, ed era prevedibile. Quello che oggi esplode come confronto sulla governance del Monte dei Paschi non nasce da un regolamento o da una formula statutaria, ma da scelte strategiche rimandate e da ambiguità mai chiarite fino in fondo.
Il rinvio deciso dal Consiglio di amministrazione non è un atto di cautela, ma il segnale di una difficoltà politica e industriale più profonda. Le regole sulla formazione della lista del Cda non sono neutre: definiscono chi decide, con quali margini, e soprattutto quale modello di banca si vuole costruire nel pieno del nuovo risiko bancario. È per questo che la discussione si è fatta improvvisamente incandescente.
Il punto più sensibile – l’eventuale esclusione degli amministratori indagati dai passaggi decisivi – non riguarda singole persone, ma il rapporto tra potere gestionale, controllo e responsabilità. La posizione dell’amministratore delegato diventa così un riflesso di una questione più ampia: chi guida davvero la banca e in quale direzione.
Sul fondo c’è la partita decisiva su Mediobanca. Tenere aperta la leva del mercato o chiuderla in un’integrazione più accentrata? Puntare sulla flessibilità o sulle sinergie? È una scelta che ridisegna equilibri, rapporti tra azionisti e ruolo della banca nel sistema finanziario italiano. Governance e strategia sono ormai inseparabili.
La reazione dei mercati, nervosa e negativa, dice una cosa semplice: l’incertezza non è più sostenibile. Mercoledì non sarà una data tecnica. Sarà il momento in cui il Monte dovrà dire che banca vuole essere e con quale assetto di potere intende affrontare il futuro.
Le scelte rinviate, prima o poi, presentano il conto. A Rocca Salimbeni quel conto è arrivato.





