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25 Gennaio 2026Filosofia politica Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini sottolineano, fin dal titolo della loro biografia, «L’opera-vita di Antonio Gramsci», la costante attenzione alla storia, alla singolarità degli eventi, alle persone reali: da Einaudi
Antonio Gramsci incarna un paradosso: artefice di una riflessione profonda e originale, non fu autore di nessun libro e non scrisse nessuna opera ampia, organica e compiuta. Il suo lascito, in termini materiali, consta di migliaia di articoli di giornale e di lettere, qualche documento politico, alcuni interventi a riunioni di partito e le centinaia di note asistematiche, variamente elaborate, stese durante la prigionia, conosciute come Quaderni del carcere. Quella che per gli altri autori costituisce generalmente la produzione «minore» è, nel caso di Gramsci, l’unica prodotta e, di conseguenza, la sola che possiamo leggere e studiare. Si tratta, per loro natura, di testi frammentari, legati al momento e al contesto della loro scrittura, inseparabili dal loro autore: un’«opera-vita», come la chiamano Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini (L’opera-vita di Antonio Gramsci, traduzione di Giulio Azzolini, Einaudi, «Storia», pp. XXVI-510, € 34,00).
Per capire Gramsci, è il loro assunto di partenza, non si può scindere il pensiero dalla vita, in tutte le sue dimensioni, anche perché quel pensiero fu, a sua volta, elaborato sempre in funzione di un agire nel mondo. Da qui deriva un libro che non è propriamente una biografia, né una sistematizzazione del suo lavoro intellettuale, ma un attraversamento dei suoi scritti, effettuato guardando al tempo stesso allo svolgimento interno della riflessione, ai passaggi fondamentali della vita e alla storia politica e intellettuale del suo tempo.
La vita di Gramsci è scandita in tre fasi: gli anni dell’approdo al socialismo e della formazione culturale, dall’arrivo a Torino, nel 1911, al termine della guerra; il periodo della militanza rivoluzionaria, aperto dalla fondazione della rivista «L’Ordine nuovo», nel maggio 1919, fino all’arresto, l’8 novembre 1926, passando per la nascita del Partito comunista d’Italia, un lungo soggiorno in Unione sovietica, l’ascesa al governo del fascismo, l’elezione alla Camera e il disaccordo con Stalin; infine, il periodo di prigionia, vittima in prima persona della repressione fascista, durante il quale vennero scritti i Quaderni.
La cronologia è una componente essenziale della più aggiornata critica gramsciana. Da diverso tempo, gli interpreti hanno ripensato le relazioni tra le varie fasi, individuando già nei primi anni di elaborazione la presenza di temi e chiavi di lettura che sarebbero stati ripresi e sviluppati successivamente per poi confluire nella più matura e affinata riflessione condotta in carcere. Anche lo stesso approccio ai Quaderni si è evoluto in misura sostanziale. A partire dagli anni Ottanta, e in misura significativa nell’ultimo ventennio, intorno ai lavori per una nuova edizione critica si è andato affermando un metodo di lettura per stabilire una datazione più rigorosa dei singoli paragrafi e per inserirli in un più preciso contesto di riferimenti interni, letture e interazioni epistolari. Leggere le note carcerarie in ordine cronologico permette di comprendere non solo come il pensiero di Gramsci si sia sviluppato nel corso della scrittura, ma anche a quali interrogativi, esigenze e stimoli di volta in volta rispondesse. Descendre e Zancarini applicano questo metodo, unendo grande conoscenza dei nodi storici e finezza interpretativa nella lettura dei testi.
L’esame dell’opera-vita di Gramsci mette in luce la presenza di profonde e consistenti linee di continuità quanto di evoluzioni e cambiamenti non irrilevanti. Tutta la sua riflessione, già nelle primissime fasi, muove dalla necessità di elaborare una concezione del socialismo, e poi del comunismo, che rifugga sia dall’utopia sia dal determinismo. La società finalmente liberata dall’oppressione e dall’ingiustizia (la «città futura», l’«ordine nuovo», per menzionare le due riviste da lui concepite e realizzate che già nell’intestazione richiamano l’orizzonte del cambiamento) non può essere una società ideale da progettare in anticipo, né costituire il punto di arrivo di processi oggettivi di disgregazione e crollo del sistema capitalistico. Il punto che sta a cuore a Gramsci è elaborare un marxismo che ponga come fattore determinante la volontà collettiva degli uomini, libera di agire sul mondo. Questa volontà collettiva deve essere sostenuta da un’idea guida e da un’adeguata organizzazione.
Da qui deriva anche la precoce attenzione al tema della formazione culturale, dell’elaborazione di una cultura che permetta alla classe operaia di diventare un soggetto attivo e consapevole, non più una massa diretta da un’élite esterna. Dentro queste coordinate si misurano gli sviluppi del pensiero gramsciano, le evoluzioni ma anche i superamenti e le rotture. Il libro presta grande attenzione all’individuazione delle influenze, dei materiali culturali di cui Gramsci si serve: il concetto di mito di Sorel, e poi il neoidealismo di Croce e soprattutto di Gentile (è un merito aver posto nel giusto rilievo l’importanza iniziale, poi superata, della filosofia gentiliana, per motivi comprensibili non sempre adeguatamente riconosciuta dagli studiosi), il pensiero di Antonio Labriola, e dopo ancora, sull’onda della rivoluzione russa, lo studio di Marx e il confronto con la teoria di Lenin e del bolscevismo, di cui offrirà una rielaborazione personale e ben poco ortodossa.
Nei Quaderni del carcere questa prospettiva evolverà in una riflessione più profonda e più teorica, meno legata alle contingenze, e in un originale vocabolario concettuale. Saranno proprio concetti come «egemonia», «rivoluzione passiva», «guerra di movimento» e «guerra di posizione», «Principe moderno» e molti altri a rendere pienamente riconoscibile il pensiero gramsciano. Legare interpretazione dell’opera e della vita, come fanno Descendre e Zancarini, consente di salvare un altro elemento qualificante di quella riflessione, troppo spesso rimasto ai margini delle interpretazioni: la costante attenzione alla storia, al mutamento, alla singolarità degli eventi, così come alle persone reali, alla concretezza della vita, ai bisogni e alle aspirazioni che danno corpo ai soggetti collettivi.
Intorno a questo snodo si dipartono i molteplici fili tematici dell’opera gramsciana, che Descendre e Zancarini esaminano senza tentare sistematizzazioni a posteriori. Il libro si inserisce così nel solco degli studi che hanno voluto illuminare gli scritti di Gramsci con gli strumenti della filologia, della lettura ravvicinata e della contestualizzazione storica. Rimane aperta la questione degli «usi», di quanto quel pensiero possa rappresentare uno strumento utile per fare i conti con la storia del Novecento e per leggere il nostro presente. Certamente, rimetterlo nel suo tempo, smontarne la mitizzazione, non nascondere la complessità e le contraddizioni non solo non contrasta con quell’intento, ma ne costituisce una premessa imprescindibile, senza la quale ci sono solo gli utilizzi estemporanei, le strumentalizzazioni o le vere e proprie usurpazioni.





