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Nell’intervista pubblicata oggi su La Nazione – edizione di Siena – Simone Bezzini, capogruppo del Partito Democratico in Regione, affronta con toni misurati e istituzionali il tema del futuro politico della città. Quando afferma che per Siena serve “un grande centrosinistra politico e civico” e che, in vista delle comunali, “il campo largo non è sufficiente”, individua un problema reale. Ma proprio quelle parole riportano alla luce una questione che a Siena è ancora irrisolta: ciò che è accaduto nel 2023.
In quell’anno non è saltato un accordo elettorale per ragioni marginali o per personalismi. È venuta meno una promessa politica precisa, formulata nel pieno di una campagna elettorale delicatissima: quella di un’alleanza realmente orizzontale tra il Pd e alcune forze civiche, non l’intero e indistinto arcipelago delle liste presenti in città.
Quell’impegno fu assunto da Enrico Letta, candidato alle elezioni politiche proprio nel collegio di Siena, per un seggio resosi vacante. Non si trattava dunque di un richiamo astratto all’unità, ma di una promessa pronunciata sul territorio, nel rapporto diretto con esperienze civiche riconoscibili, radicate, portatrici di una proposta autonoma. È su quel passaggio che si è prodotta la frattura.
Rileggendo oggi l’intervista di Bezzini, quel nodo torna inevitabilmente in primo piano. Perché se è vero, come dice, che la città ha bisogno di un centrosinistra più largo e più aperto, resta da chiarire a quali condizioni questa apertura possa dirsi reale. Nel 2023 il problema non fu la mancanza di dialogo, ma una visione politica rimasta sostanzialmente invariata: il Pd come centro decisionale, le realtà civiche coinvolte entro confini stabiliti altrove.
Non tutte le liste civiche erano, allora come oggi, interlocutori naturali di un progetto progressista. Il punto non era costruire un cartello indistinto, ma dare vita a un’alleanza selettiva con soggetti civici dotati di una visione, di una credibilità e di una storia coerente con un’alternativa di governo della città, non soltanto del centrodestra. È proprio su questo terreno che il Pd di Siena ha mostrato il suo limite, faticando a tradurre in pratica l’orizzontalità evocata a parole.
Oggi il linguaggio sembra più attento. Nell’intervista Bezzini parla di apertura, di umiltà, di generosità, di dialogo con energie anche non organizzate. Ma l’esperienza recente suggerisce cautela. Anche la formula dei “contenuti prima degli uomini” (Salluce) rischia di restare una scorciatoia retorica se non viene chiarito chi quei contenuti li costruisce, con quali regole e con quale reale condivisione delle scelte strategiche.
Il nodo politico, dunque, non riguarda la buona fede dei singoli né il profilo istituzionale di Bezzini, che nell’intervista appare consapevole delle difficoltà e delle sfide. Riguarda il Pd di Siena nel suo complesso e la sua capacità di compiere un salto di qualità culturale e politico. Le diverse componenti interne del partito sono davvero pronte a superare una logica di centralità data per scontata e a costruire un rapporto nuovo con alcune esperienze civiche?
Bezzini invita a non guardare indietro e a concentrarsi sul futuro. È un invito comprensibile. Ma senza un chiarimento politico serio su ciò che è accaduto nel 2023 – e sul mancato rispetto di un impegno assunto in un momento cruciale – il rischio è di riproporre lo stesso schema: parole inclusive, processi chiusi e, alla fine, una richiesta di fiducia a tempo scaduto.
Il tempo stringe, non per ansia elettorale, ma per credibilità. Siena ha bisogno di una discontinuità reale, non di formule rassicuranti. E il Pd deve decidere se l’apertura ai civici, evocata oggi anche sulle pagine de La Nazione, diventerà finalmente un fatto politico concreto o resterà, ancora una volta, solo una buona intenzione strumentale.





