
𝐃𝐀𝐋 𝐁𝐔𝐂𝐎
29 Gennaio 2026
«A noi serve un intervento umanitario: siamo alla fine»
30 Gennaio 2026Nel pieno di una fase globale già segnata da conflitti aperti e tensioni latenti, le principali potenze si muovono su un terreno instabile, dove diplomazia e minaccia militare procedono fianco a fianco. Al centro di questa dinamica c’è l’Iran, che tenta di disinnescare il rischio di un confronto diretto con gli Stati Uniti puntando su canali diplomatici regionali. Ankara si propone come snodo della mediazione: l’arrivo del ministro degli Esteri iraniano in Turchia segnala la volontà di riaprire un dialogo indiretto con Washington, mentre la leadership turca cerca di ritagliarsi un ruolo di potenza negoziale tra Medio Oriente, Europa e Stati Uniti.
Ma il clima resta teso. L’Unione europea ha deciso di compiere un passo senza precedenti inserendo le Guardie Rivoluzionarie iraniane nella lista delle organizzazioni terroristiche. Una scelta che Teheran ha respinto con durezza, denunciando quella che definisce una “indignazione selettiva” e accusando Bruxelles di un atto politico “illogico e irresponsabile”, destinato a chiudere ulteriormente gli spazi di dialogo. La mossa europea rafforza l’asse sanzionatorio e spinge l’Iran a irrigidire la propria posizione, proprio mentre tenta di evitare l’escalation militare.
Dagli Stati Uniti arrivano segnali contraddittori. Da un lato si valuta apertamente l’ampliamento delle opzioni militari contro l’Iran, andando oltre gli scenari ipotizzati nelle settimane precedenti, anche sullo sfondo delle proteste interne che attraversano il Paese. Dall’altro, la Casa Bianca rivendica successi tattici su più fronti: un presunto impegno russo a sospendere temporaneamente gli attacchi contro le infrastrutture ucraine durante un’ondata di freddo estremo e un accordo con l’opposizione democratica per evitare lo shutdown federale. Sul piano economico, intanto, prende forma una svolta significativa con l’annuncio imminente del nuovo presidente della Federal Reserve, segnale di una volontà di imprimere una direzione politica più netta alla banca centrale.
La proiezione internazionale statunitense si estende anche oltre i teatri di guerra. La dichiarazione di “emergenza nazionale” nei confronti di Cuba e l’annuncio di tariffe contro i Paesi che le forniscono petrolio indicano un ritorno a una strategia di pressione economica dura nell’area caraibica. In parallelo, l’America Latina si muove in senso opposto: il Venezuela apre ufficialmente all’ingresso di capitali stranieri per lo sfruttamento delle risorse petrolifere, rivendicando la necessità di trasformare le ricchezze del sottosuolo in leva di sopravvivenza economica e consolidamento politico interno. Il messaggio è chiaro: sicurezza e apparati statali restano saldamente allineati alla leadership.
Nel frattempo, l’Africa e l’Asia offrono un quadro altrettanto inquietante. In Burkina Faso la giunta militare ha sciolto tutti i partiti politici, completando una stretta autoritaria che elimina ogni residuo di pluralismo. In Mozambico, un grande progetto energetico da decine di miliardi di dollari viene rilanciato nonostante il legame con violenze e massacri, confermando come la sicurezza degli investimenti prevalga spesso su quella delle popolazioni locali. In Cina, una vasta epurazione ai vertici militari rischia di rallentare le ambizioni strategiche su Taiwan, mentre in Europa occidentale si riapre il dibattito sui rapporti con Pechino, tra aperture diplomatiche e forti resistenze politiche interne.
Il filo che unisce questi scenari è la fragilità dell’ordine internazionale. Le grandi potenze oscillano tra il tentativo di negoziare e la tentazione di forzare i rapporti di forza. Le sanzioni, le emergenze dichiarate, le purghe interne e i progetti energetici controversi raccontano un mondo in cui la stabilità è sempre più un equilibrio provvisorio. In questo contesto, ogni gesto diplomatico convive con l’ombra della coercizione, e ogni crisi locale rischia di trasformarsi in un nodo globale.





