
Il Buon Governo come dispositivo ideologico: quadro teorico e riferimenti
30 Gennaio 2026L’abito corto della professoressa. Piccinni, il Buon Governo e il dissenso che conferma
Pierluigi Piccini
La Nazione pubblica un’intervista a Gabriella Piccinni sul Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti. La professoressa emerita di Storia medievale, che è anche consigliera comunale del Partito Democratico, accompagna il lettore nella Sala dei Nove spiegando l’affresco come “stella polare” per chi governa. Identifica i simboli, ricostruisce i nessi tra le figure, traduce la carità pubblica in welfare contemporaneo. Legge l’abito corto – quella figura barbarica, vietata, contestataria – come prova che “anche il cambiamento può essere accettato” dal sistema. E conclude rivolgendosi agli amministratori: “Sarebbe bello che i politici di ogni parte d’Italia si ritagliassero un giorno per visitare il Buon Governo. Risparmierebbero tempo e fatica per cercare quella stella polare che brilla chiara nell’opera di Lorenzetti.”
Rispetto questa lettura. Gabriella Piccinni è una storica seria, preparata, competente. La sua ricostruzione è rigorosa sul piano storico-artistico. Ma è proprio questa autorevolezza che rende la sua interpretazione politicamente problematica. Perché traduce in modello civico universale ciò che andrebbe interrogato come dispositivo ideologico. E lo fa da una posizione – consigliera comunale di opposizione – che rende quella traduzione non neutrale ma costitutiva del problema politico di Siena.
Cosa non dice la storica
Piccinni ricostruisce correttamente il contesto: il 1338-39, la revisione dello Statuto, Ambrogio Lorenzetti che dipinge mentre in un’altra stanza si discute la Costituzione. Identifica le virtù, spiega il significato della concordia, traduce i simboli. Ma omette sistematicamente una domanda: a cosa serve quell’immagine?
Non nel senso del “messaggio politico” – quello lo vede eccome, lo celebra, lo traduce in linguaggio contemporaneo. Ma nel senso della funzione politica: chi la commissiona e perché? In quale momento di tensione sociale? Quale conflitto reale viene cancellato dalla rappresentazione della concordia? Quale ordine di potere viene reso naturale attraverso quella pedagogia?
Il Buon Governo è committenza dei Nove nel 1338-39, momento di tensioni corporative, corruttele, conflitti distributivi. L’affresco non descrive la Siena reale – la prescrive. Non registra la concordia esistente – la costruisce come dover essere. La carità pubblica che Piccinni traduce in “welfare” non è redistribuzione nata dal conflitto, è benevolenza che nasce dall’ordine costituito e serve a confermarlo. Il lavoro appare solo quando è disciplinato, funzionale, integrato. La prosperità non è il risultato di una negoziazione sociale, ma l’effetto di un ordine già compiuto.
Il Cattivo Governo completa il dispositivo. Piccinni lo descrive accuratamente: il Tiranno diabolico, la Giustizia buttata giù dal trono, le fiamme, le rovine. Ma non dice che non è un’alternativa politica – è la patologizzazione del conflitto stesso. Fuori dall’ordine dei Nove non c’è un altro modo di governare: c’è la rovina. Il messaggio è binario e chiuso. Chi si oppone non porta una posizione diversa, incarna il male. La dialettica viene cancellata prima ancora di aprirsi.
Questa non è una lettura storica – è una scelta politica travestita da pedagogia. E come ogni scelta, andrebbe discussa, non celebrata come verità universale.
L’abito corto e il suo significato
La figura dell’abito corto rivela tutto. Piccinni la legge così: “L’abito corto era una cosa barbarica. Facevano delle leggi per vietarlo. Questa figura rappresenta tutto quello che veniva vietato, la contestazione che, però – e qui è la modernità del messaggio – non viene messo tra i cattivi, ma fra i buoni. Significa che anche il cambiamento può essere accettato.”
Accettato da chi? E a quali condizioni? E cosa significa che il cambiamento deve essere “accettato” dal sistema invece di romperlo?
L’abito corto non è dentro il Buon Governo per caso. Non è una concessione. È la dimostrazione che il dispositivo può inglobare anche la differenza apparente, purché resti interna al quadro. Il sistema non ha bisogno di reprimere ciò che è diverso – gli basta che la differenza non metta in discussione la forma. L’abito corto è il dissenso compatibile, la deviazione consentita, la contestazione che conferma l’ordine invece di incrinarlo.
Non è la prova dell’apertura del sistema. È la prova della sua vittoria.
E qui accade qualcosa di paradossale. Piccinni celebra quella figura senza vedere che lei stessa, nella sua doppia posizione di storica autorevole e consigliera di opposizione, è quell’abito corto. Visibilmente diversa, formalmente critica, ma strutturalmente interna al quadro che dice di osservare. La sua lettura “alta” dell’affresco produce il senso comune che neutralizza le domande che dovrebbe porre come oppositrice. La sua autorevolezza accademica legittima un modello politico che, come consigliera PD, dovrebbe interrogare.
La doppia posizione
“Nel linguaggio di comunicazione politica”, spiega Piccinni, “se tu vieni qui, guardi il Buon Governo e non ti riconosci in pezzetti di quella vita, non credi neanche al messaggio politico. La gente deve sapere che chi li governa conosce la loro vita.”
E conclude: “Sarebbe bello che gli amministratori, i politici di ogni parte d’Italia si ritagliassero un giorno per visitare il Buon Governo.”
Amministratori di “ogni parte”. Maggioranza e opposizione. Tutti dovrebbero riconoscersi in quella stella polare. Tutti dovrebbero condividere quel modello. Non c’è alternativa al quadro – solo modi diversi di amministrarlo.
Questa non è storia dell’arte. È un’operazione politica precisa: sottrarre il Buon Governo alla discussione politica per farne un orizzonte condiviso. Quando Piccinni dice che l’affresco “è diventato parte profonda del suo vivere quotidiano” come consigliera comunale, sta compiendo esattamente quel gesto: accettare la grammatica del Bene Comune indiscusso, della concordia come valore assoluto, dell’ordine costituito come naturale.
Rispetto questa posizione. Ma la considero politicamente sbagliata e storicamente parziale.
Politicamente sbagliata perché un’opposizione che condivide lo stesso quadro simbolico della maggioranza non può costruire alternativa – può solo chiedere una diversa amministrazione dell’esistente. È l’abito corto che si compiace di essere visibilmente diverso senza disturbare il quadro. È il dissenso che conferma invece di rompere.
Storicamente parziale perché omette che ogni concordia nasce dentro un ordine di potere specifico e dice più su chi lo detiene che su come una comunità vive davvero. Il Buon Governo viene commissionato da un regime oligarchico all’indomani di tensioni e pratiche corruttive. Non descrive la realtà: costruisce un racconto utile a legittimarla. La concordia raffigurata non deriva dall’incontro tra cittadini realmente uguali, ma da un meccanismo di allineamento. Le differenze vengono smussate, il conflitto scompare dall’immagine, la pluralità è ricondotta a una forma accettabile.
Antonio Gramsci chiamava egemonia questo processo: il potere non si impone solo con le regole o con la forza, ma costruendo consenso, senso comune, idee che appaiono naturali. La concordia funziona così. Non chiede obbedienza, chiede adesione. Non reprime il conflitto: lo rende sconveniente. È il momento in cui l’ideologia smette di mostrarsi come tale e diventa “buon senso”.
Perché il PD non è egemonico
Ed è qui che emerge il nodo politico. Quando Piccinni usa la sua autorevolezza accademica per legittimare il Buon Governo come modello per “ogni parte”, sta compiendo esattamente l’operazione che rende il Partito Democratico strutturalmente incapace di costruire egemonia a Siena.
Il PD senese, anche quando è opposizione, parla la lingua del potere. Accetta la concordia come orizzonte indiscusso. Celebra il Bene Comune senza interrogarne la funzione ideologica. Non propone un altro ordine – propone una migliore gestione dell’ordine esistente. Non rompe il quadro simbolico – chiede di essere incluso nella sua amministrazione.
È l’abito corto in forma compiuta: formalmente esterno, visibilmente diverso, ma strutturalmente interno. E proprio per questo rafforza il dispositivo, perché offre l’illusione di un’alternativa che conferma l’idea che non ce ne siano davvero.
Non sto criticando Piccinni come persona o come studiosa. Sto criticando la funzione pubblica che assume la sua lettura quando viene amplificata da La Nazione, quando diventa “stella polare” per gli amministratori, quando si trasforma in senso comune che rende impensabile l’alternativa. È proprio perché Piccinni è autorevole, preparata, rispettata, che la sua lettura ha questo effetto. Se fosse una lettura marginale, non sarebbe un problema. È un problema perché costruisce egemonia culturale – ma a favore di chi governa, non a favore di chi si oppone.
Il ruolo de La Nazione
Il giornale amplifica questa voce perché è perfetta per il dispositivo: autorevole (professoressa emerita), apparentemente critica (opposizione PD), ma rassicurante (non disturba il quadro). La Nazione non cerca analisi che rompano – cerca voci che traducano l’ordine costituito in linguaggio alto, pedagogico, universale. Cerca l’abito corto che conferma invece di disturbare.
L’articolo si chiude così: “Sarebbe bello che gli amministratori, i politici di ogni parte d’Italia si ritagliassero un giorno per visitare il Buon Governo. Risparmierebbero tempo e fatica per cercare quella stella polare che brilla chiara nell’opera di Lorenzetti.”
Una stella polare condivisa. Un modello per tutti. Nessuna rottura, nessun conflitto sul significato, nessuna interrogazione sulla funzione. Solo la celebrazione di un patrimonio che diventa ideologia proprio nel momento in cui smette di essere interrogato.
Le domande che restano
Piccinni ha il diritto di leggere l’affresco come vuole. Ha il diritto di farne il modello della sua azione politica. Ma bisogna avere il coraggio di dire che quella lettura, per quanto rigorosa sul piano storico-artistico, neutralizza proprio le domande che un’opposizione dovrebbe porre:
Chi decide cosa è Bene Comune e cosa non lo è? La concordia di chi e contro chi? Quali conflitti vengono resi impensabili dall’invocazione del Buon Governo? Quale rapporto c’è tra l’uso retorico del patrimonio culturale e il blocco politico di Siena?
Quando ero sindaco di Siena, negli anni Novanta, ho visto dall’interno come opera il dispositivo. Ho visto quali tensioni attraversavano la città, quali interessi si scontravano sulla gestione del patrimonio culturale, quale differenza c’è tra governare provando a rompere il quadro simbolico consolidato e amministrare restando dentro quel quadro. Ho visto come Santa Maria della Scala è diventata quello che è diventata. Ho capito che il problema non è mai la mancanza di competenze o di buone intenzioni – è l’accettazione di una grammatica simbolica che rende impensabile l’alternativa.
Il Buon Governo non insegna come governare meglio. Insegna qualcosa di più scomodo: come il potere riesce a farsi accettare anche da chi pensa di non appartenergli. Come costruisce consenso non reprimendo il dissenso ma inglobandolo. Come trasforma anche l’opposizione più colta e preparata in una variante interna al sistema.
Tra le righe
E forse è proprio questo il motivo per cui a Siena tutto resta uguale. Non per oscuri complotti o resistenze esplicite. Ma perché anche l’opposizione più autorevole, più preparata, più visibilmente diversa, finisce per confermare il quadro simbolico che dovrebbe rompere.
Paradossalmente, Lorenzetti è più onesto del presente. Accosta al Buon Governo il suo contrario, mostrando che ogni ordine è fragile, reversibile, esposto alla degenerazione. Il linguaggio contemporaneo – quello di Piccinni, quello de La Nazione, quello del consenso politico senese – tende invece a sacralizzare la concordia come fine assoluto, sottraendola alla discussione storica e politica.
Una città viva non è quella che tace, ma quella che sa reggere il dissenso senza trasformarlo in colpa. È questo il limite dell’affresco. Il Buon Governo è una macchina che trasforma il dissenso in patologia, che rende il conflitto impensabile, che costruisce la concordia come dovere morale. Raccontarlo come exemplum positivo significa non vedere questo limite, o vederlo e non dirlo.
Finché l’abito corto resterà dentro il quadro, compiacendosi della propria visibile diversità ma accettando la grammatica profonda dell’immagine, il quadro continuerà a governare. E Siena continuerà a non cambiare.
Il punto non è rifiutare l’unità. È sottrarre la concordia al suo uso ideologico. Ricordare che senza conflitto non c’è giustizia, e senza giustizia la concordia diventa solo una parola che governa invece di spiegare.
Perché l’abito corto non è la prova dell’apertura del sistema. È la prova della sua vittoria.





