
Clipse – Grindin’
1 Febbraio 2026
Il vuoto che il privato riempie
1 Febbraio 2026
È finita come spesso finisce nelle città di provincia che amano sentirsi capitali morali: a tarallucci e vino. Una polemica ben costruita, una sala piena, applausi distribuiti con misura, qualche frase sopra le righe utile a scaldare l’ambiente, e tutti a casa con la coscienza tranquilla. La presentazione del libro di David Parenzo alla Biblioteca degli Intronati non è stata un dibattito, ma una operazione di marketing culturale, ben oliata e senza veri incidenti.
La polemica dei giorni precedenti ha funzionato da moltiplicatore di pubblico. Lettere, prese di posizione, dichiarazioni pubbliche: il repertorio completo. Alla fine Parenzo si presenta, parla, spiega di non temere il confronto, rivendica il proprio ruolo di giornalista e ribadisce posizioni ormai consolidate. Nessuna sorpresa, nessuna messa in discussione reale, nessun rischio. Tutto dentro un perimetro di sicurezza comunicativa che consente di esporsi senza esporsi davvero.
La parola genocidio resta sospesa, evocata e subito sterilizzata. Troppo impegnativa per essere assunta, troppo utile per essere maneggiata con cautela. Il conflitto a Gaza viene riportato su un piano procedurale, rinviato alle corti internazionali, trasformato in una questione tecnica mentre la realtà scorre sullo sfondo, neutralizzata da un linguaggio prudente che non cerca la verità ma la difendibilità pubblica.
La Biblioteca incassa il risultato. Visibilità, centralità, l’etichetta rassicurante del pluralismo. Le porte sono aperte, si dice, il contraddittorio verrà. Intanto l’evento è fatto, la foto è scattata, la funzione è assolta. La cultura, ridotta a contenitore neutro, diventa alibi istituzionale: non prende posizione, ma si legittima proprio evitando di scegliere.
La politica locale si affaccia con discrezione. Presenza senza attrito. Anche lo scontro resta simbolico, mai strutturale. L’uscita del sindaco di Asciano – “non ci prenderei nemmeno un caffè” – è l’unico momento di frizione autentica, ma viene rapidamente riassorbita nel racconto complessivo, trasformata in ingrediente narrativo. Persino la contestazione finisce per svolgere una funzione decorativa.
La presenza del sindaco di Siena ha completato il quadro. Un intervento misurato, improntato all’ascolto, alla legittimazione dell’iniziativa e alla difesa del metodo: prima si ascolta, poi si giudica. Una postura istituzionale che non crea attrito, non apre conflitti, non assume posizioni di merito. Anche qui, nessuna scelta, nessuna responsabilità culturale esplicita, ma l’adesione a un rituale ormai rodato: esserci senza esporsi, condividere il contenitore senza interrogarsi davvero sul contenuto.
Alla fine vincono tutti. Parenzo rafforza il proprio profilo pubblico, la Biblioteca si accredita come agorà civile, la politica mostra moderazione e apertura, il pubblico applaude soddisfatto di aver partecipato. Tutti assolti, nessun colpevole.
Quello che manca, clamorosamente, è la sostanza. Nessuna voce realmente competente sui diritti umani, nessuna asimmetria cognitiva, nessun conflitto che metta in crisi il frame. La memoria resta una cornice retorica, il conflitto una scenografia, la cultura un dispositivo di pacificazione.
Non è una questione di censura né di libertà di parola. È una rinuncia più sottile: quella alla responsabilità culturale. Quando si evocano parole enormi – genocidio, memoria, democrazia – non basta riempire una sala. Servirebbe il coraggio di disturbare, non solo di intrattenere.
Ma questo, appunto, non è accaduto.




